I palazzi sono gusci vuoti, scheletri grigi e ocra di corpi ormai andati. L’odore dei calcinacci si mescola all’aria secca di una terra in perenne equilibro tra il caldo del deserto e la brezza mite del Mediterraneo che ormai odora di altro. Homs una volta era la città più stravagante e bizzarra della Siria; oggi è una carcassa che ricomincia lentamente a respirare e vivere.

Foto di Giorgio Bianchi

Lo scricchiolio delle ruote profana la breccia di una strada che esiste appena, ma che rimane l’unica striscia possibile fra un cumulo di macerie e un altro. Siamo ad Al Hamediya, il cuore di Homs, a un passo dalla città vecchia.

Un cane che abbaia, una nuvola di polvere dietro a un’auto già andata, facce arabe smunte senza sorriso… la Siria che ricomincia a vivere è un animale ferito dentro e fuori, pieno di voglia di tirare avanti ed esistere.

Il rombo rozzo di un vecchio BMP si fonde in quello di una ruspa impegnata in lavori stradali: la guerra abbassa la voce; la normalità prova a parlare.

Ciuffi d’erba incolta circondano i pilastri dei palazzi vuoti e pericolanti. Ferri arrugginiti spuntano ovunque. I buchi dei calibri più piccoli sui muri ancora in piedi, dicono che nell’area tra la città vecchia e la moschea di Kalhed Ibn Walid si è combattuto casa per casa, per interi mesi, per anni. Fu Damasco a decidere l’evacuazione dei civili per occupare le abitazioni e trasformarle in trincea; nel 2016 i ribelli sono stati cacciati ma la morte incombe ancora. Gli attacchi terroristici e i raid dei miliziani jihadisti sono un’ombra onnipresente.

Foto di Giorgio Bianchi

Le prime linee di Tahrir Al Sham (legati ad Al Qaeda e raggruppati per molto tempo sotto il nome di Al Nusra) si assestano tra Al Kabirah e Teer Maela, solo una decina di km a nord di Homs, nella fertile valle del Nahr Al Nashi, l’antico fiume Oronte. La sacca islamista occupa ancora il principale asse stradale della Siria (Damasco-Aleppo) tra Homs e Hama per un tratto di 15 km. Dopo Rastan è già di nuovo territorio governativo. Homs è libera, Homs ha paura.

Lasciamo Homs da sud, l’unica parte sempre sicura della città. La parola “sicura” ha un valore del tutto relativo in Siria, anche oggi che la guerra più grossa ha abbassato i toni. Scorrerie, autobomba e contrabbando di armi continuano senza sosta in questa fetta di terra che una volta girava secondo le regole sgangherate ma chiare di una provincia qualunque di un Paese mediorientale. Ora l’eco di elicotteri e qualche raffica, ci ricordano che una guerra piccola durerà ancora a lungo.

Sfiorando il quartiere e le case incomplete di Al Walid ci lasciamo Homs a nordovest lungo una delle due strade parallele che portano verso il deserto.

Girano pick up con persone armate. Sono gli uomini di Assad che sotto forme e unità diverse continuano a bonificare uno spazio stuprato per anni e a lungo rimasto terra di nessuno. Kalashnikov e casacche sbiadite: difficile distinguere i civili dai militari; impossibile capire chi sia vittima e chi rivincita di un Paese in guerra.

Le mimetiche cambiano tinta ma gli sguardi hanno una sola direzione. Non c’è più posto per chi ha permesso tutto questo. Tra una birra calda e un breve slogan di circostanza, sembra sia questa la regola generale ormai accettata da tutti.

Foto di Giorgio Bianchi

La Siria fino al 2011 era un Paese sostanzialmente unito, reso omogeneo dalla mano onnipresente di un sistema di potere conosciuto e riconosciuto dal mondo. Nelle sue diversità interne aveva dei criteri normativi, basati su secoli di equilibri e tradizioni. Oltre alle innumerevoli caserme, c’erano case, scuole, ospedali e il normale decorso di una vita civile. Nelle mille contraddizioni e disfunzioni di un tipico sistema politico arabo, in Siria si viaggiava comunque tranquilli. Chi ci è venuto prima della guerra può confermarlo.

Su questa strada correvano i taxi collettivi e i bus dei turisti diretti a Palmira; ora verso il silenzio inquietante del deserto, arrancano solo camion pesanti e mezzi militari, tutti di fabbricazione russa.

Dei russi non ci sono molte tracce. Quelle che si vedono però, la dicono lunga. Damasco deve la vita ai soldati di Mosca. Murales dipinti su barriere di cemento e casematte, spiegano più di tante analisi e previsioni. Il tricolore slavo si affianca ovunque al rosso-bianco-nero siriano che ritorna nei luoghi da cui era stato cancellato in fretta. Soprattutto a ridosso di aree non accessibili, le note di colore staccano sul resto del paesaggio, sempre grigio e sempre ocra.

Dalla sommità di un vecchio T-55 spunta il caschetto russo di un carrista siriano. Il mezzo si vede appena sullo sfondo di lamiere e terriccio. I riflessi del sole basso staccano appena sul metallo dei cingoli, prima di scomparire nel nulla.

Foto di Giorgio Bianchi

Se la Russia non avesse scelto di aiutare Assad, oggi la Siria sarebbe un tessuto strappato, diviso per pezze di stoffa occupate da tanti signori della guerra, ognuno al soldo di uno sponsor straniero. Centimetro per centimetro, buca dopo buca… oggi il Paese sembra un pugile pesto di sangue, ma vagamente capace di riconoscersi e forse rialzarsi. Niente lo simboleggia meglio della strada che porta a Palmira.

Si susseguono cartelli sforacchiati che indicano città in caratteri latini e arabi. Fino a qualche anno fa, questa era una zona turistica rinomata ma orientarsi è ancora agevole: in Medio Oriente l’urbanizzazione concentrata e la geografia inclemente rendono spesso più difficile perdersi.

Raffinerie morte, palazzi incompleti, infrastrutture divelte… si procede verso est. Tra gusci vuoti di cemento e pilastri indefiniti è difficile dire dove finisca l’incuria araba e dove inizi il flagello della guerra. Un sole dolce si abbassa sulle spalle dei sobborghi di Homs e allunga le ombre degli ultimi edifici tra le ruote del nostro SUV e il deserto già scuro.

Facciamo tappa a XXX. Per ragioni di sicurezza più rigide che utili, non possiamo citare nomi o luoghi. Sono le propaggini di un’antica abitudine e di una realtà sul terreno ancora in emergenza. Tutte le più grandi città della Siria sono tornate sotto il controllo di Damasco, ma sette anni di orrore e anarchia lasciano strascichi ovunque. Ordigni inesplosi, sacche di resistenza e l’endemica indolenza siriana madre di tanti rovesci, non permettono sonni tranquilli.

Foto di Giorgio Bianchi

Palmira è un nome. Tra i pochi ad aver fatto breccia nei cuori pigri di noi occidentali. Un simbolo, una scoperta, un patrimonio, un’ipocrisia… Palmira è tante cose. Caduta nel maggio del 2015 nelle mani dello Stato Islamico, è tornata alla civiltà nel marzo dell’anno dopo. Caduta di nuovo a dicembre, è stata liberata definitivamente meno di tre mesi dopo.

La strada che arriva in città, tra sabbia e sassi, porta giusto a ridosso del sito archeologico con la collinetta gialla della cittadella sullo sfondo a sinistra.

Il saccheggio e le distruzioni maggiori sono avvenute tra l’estate e la fine del 2015, durante la prima occupazione del Califfato. Oltre a un numero infinito di reperti trafugati e rivenduti dagli islamisti al mercato nero, oggi mancano il Tempio di Bel e quello di Baalshin, fatti esplodere dalla follia jihadista. Il mondo in quei giorni tacque e qualcuno iniziò a vergognarsi.

Tra pietre e sassi manca però anche l’Arco di Trionfo romano, vittima dello stesso scempio troglodita e simbolo di festeggiamenti che nessuno ha più voglia di fare. Anche oggi che le raffiche delle armi lasciano il posto a quelle del vento pieno di sabbia…

Le case di Palmira disposte a scacchiera piangono quello che hanno subito. Non c’è pace, né turismo che tengano: qui nulla tornerà mai come prima.

La città è ancora militarizzata come un avamposto, nonostante sia al riparo da qualunque rischio. Qualche analista americano paventa il ritorno dello Stato islamico, ma è solo zizzania. L’Isis da queste parti è ormai un incubo del passato. Gli ultimi miliziani del Califfato attivi nella Siria orientale sono ormai sbandati oltre l’Eufrate a più di 200 km da qui. Finché questo Paese esisterà, Palmira rimarrà siriana.

È giorno pieno e nell’unico viale alberato della città l’aria secca ricorda primavera. È la strada principale, una volta piena di negozi, ora tatuata di buchi senza porte e finestre. Passa un pick up, poi un Ural militare.

Qui non siamo in Paradiso. Qui non ci sono santi. Gli uomini in mimetica e vestiti alla meglio davanti a noi, sono dei guerrieri uccisori di altri uomini. Non lo nascondono, anzi, se ne fanno vanto. Hanno difeso la loro terra, le loro cose e le loro famiglie. Ci guardano con la speranza sincera che qualcuno racconti qualcosa del dolore, del sangue e dell’orrore che gli ha attraversato la vita.

Foto di Giorgio Bianchi

Teloni improvvisati e scritte arabe, spezzano la monotonia dell’intonaco bianco di una ex città. Ci sono persone a Palmira, ma ancora non c’è vita.

Finisce il pomeriggio. Finisce anche un’imbevibile vodka siriana mentre da un pianterreno sbrecciato sale l’eco di una litania barocca araba.

Sulle nostre scarpe occidentali si addensa intanto un ritorno opaco di polvere di strada. Il gesso grigio dei calcinacci di guerra imbianca appena un nostro vago senso di colpa. Stiamo per tornare nelle nostre case panciute, dove nessuno capisce fino in fondo l’enormità di una tragedia senza fine.

Reportage di Giampiero Venturi