Il generale Abd Rahman combatte dai tempi di Saddam. Mimetica e baffetti all’insù è il vicecomandante della 4° brigata Peshmerga, che da ieri sta avanzando sul fianco destro per conquistare la città martire di Sinjar.

Prima dell’attacco non ha avuto peli sulla lingua sui problemi delle forniture militare dall’Occidente.

Siete soddisfatti dell’armamento ricevuto?

“Quando arrivano le armi europee, compreso il controcarro italiano Folgore, ci mandano sempre poche munizioni. Alcune unità sono state addestrate dai vostri paracadutisti alle tecniche anti Ied per individuare le trappole esplosive. Ottimo lavoro, ma ci servono detector e anche i mezzi blindati contro le mine”.

Ci sono altri problemi con le armi fornite dalla missione europea sotto comando italiano?

“Sì. Abbiamo notato che le granate di mortaio devono essere vecchie o scadute e non tutte esplodono. Pochi giorni fa, per esempio, abbiamo lanciato 4 colpi di mortaio da 81 millimetri sulle postazioni del Daesh (lo Stato islamico ndr), ma due hanno fatto cilecca”.

Di cosa avete veramente bisogno?

“Prima di tutto maschere anti gas. Guardi i resti di questi razzi e proiettili di artiglieria che ci hanno tirato addosso. Probabilmente contenevano cloro. I peshmerga hanno sentito uno strano odore pungente e avevano difficoltà a respirare”.

Le armi che vi forniscono sono sufficienti?

“No. Quelle tedesche che arrivano in numero maggiore sono comunque troppo poche. Il Folgore va bene, ma ha una gittata corta. Contro i carri armati abbiamo bisogno dei missili americani Tow”.

E altro equipaggiamento?

“Pensi che non abbiamo neppure i razzi illuminanti quando ci attaccano di notte. Ogni battaglione di 500-600 uomini ha un solo visore notturno. Come si fa a combattere con pochi giubbotti antiproiettile e radio vecchie, quasi inutilizzabili. Comunichiamo con i cellulari con il rischio di venir intercettati”.

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