Dicono che in quegli attimi tutta la vita ti ripassa davanti agli occhi. Dicono che il tempo inizia a scorrere più lentamente, come in un rallenty, e che gli istanti diventano lunghissimi e si riempiono di molte riflessioni. Dicono che ti resta qualche momento per un’ultima preghiera, che fai in tempo a dedicare un pensiero ai tuoi cari o a mormorare un’inutile imprecazione. La verità è molto più prosaica: improvvisamente senti un fischio acutissimo, alzi la testa al cielo e ti rendi conto che tutta la gente attorno a te sta urlando di terrore. Non ti resta il tempo di realizzare nulla, perché dopo due secondi vieni investito dall’esplosione.

Abbiamo trascorso una notte nelle trincee separatiste di Spartak, alla periferia nordest di Donetsk, sotto i bombardamenti dell’artiglieria pesante ucraina. Per dodici ore abbiamo documentato in presa diretta la reale entità di questa guerra dimenticata, che l’Europa si ostina a ignorare ma che ogni giorno macina morti, orrore, distruzione. Abbiamo guardato in faccia ciò che nessuno vuole vedere, e ora siamo qui per raccontarvelo.

Tutto è nato per un semplice colpo di fortuna. Raggiungere la prima linea attraverso le vie ufficiali è oggi praticamente impossibile. I giornalisti vengono trattenuti nelle retrovie, sotto la stretta sorveglianza dei press officer dell’esercito filorusso. A due anni dallo scoppio della guerra civile, le milizie della repubblica popolare di Donetsk si sono ormai trasformate in una burocratizzatissima armata ufficiale: la stampa straniera è bene accetta, a patto però che si mantenga a debita distanza dalle trincee. Così, dopo due settimane trascorse collezionando accrediti, contattando costosissimi fixer e bussando alle porte di tutti i battaglioni, decidiamo di fare a modo nostro: saliamo su una scassatissima marshutka di linea, e in meno di un’ora, alla modica cifra di dieci centesimi di euro a cranio, ci facciamo pacificamente trasportare fino a Yasinovataya, l’ultima cittadina abitata a ridosso del fronte più caldo, quello che congiunge le rovine dell’aeroporto di Donetsk con la città di Horlovka, nel cuore pulsante del Donbass settentrionale.

Yasinovataya è oggi un immenso villaggio fantasma: trentamila abitanti su cinquantamila hanno abbandonato le loro abitazioni. Centinaia di palazzi sono stati distrutti dai bombardamenti. Le trincee separatiste corrono ai margini occidentali del centro abitato, lungo i confini col comune di Avdiika, dove ogni notte si combatte strada per strada e casa per casa. L’immensa Yasinovatskiy mashinostroitel’nyy zavod, che dal 1947 esporta attrezzature minerarie in ogni angolo del globo, è letteralmente ridotta a un grande cumulo di macerie. Vivere nei sobborghi di ponente significa sottoporsi quotidianamente al costante martellamento delle artiglierie, che difficilmente sbagliano un colpo. Abbiamo visitato la miniera Butovskaya, le cui strutture negli ultimi mesi sono state colpite da decine di ordigni. I tunnel sono stati allagati dall’acqua e una dozzina di operai, ogni giorno, scendono sottoterra per imbastire un’artigianalissima operazione di drenaggio. “I lavoratori erano laggiù quando sono cadute le ultime bombe – ci ha raccontato uno dei sorveglianti -. Appena hanno riguadagnato la superficie, pochi minuti dopo i botti, sono entrati in azione gli sniper”.

Non appena siamo scesi dalla marshutka, nel caldo rovente del primo pomeriggio, veniamo bloccati da tre miliziani armati di kalashnikov. Dopo aver controllato i nostri documenti, i soldati ci scortano alla Dom amministrazia, dove veniamo lasciati in consegna alle autorità locali. È una situazione alla quale siamo ben abituati: in un posto come Yasinovataya, le sagome di tre giornalisti occidentali spiccano come una pantegana su una torta nuziale. Se poi l’unica frase in russo che i tre giornalisti in questione riescono a spiaccicare è un desolante “Ni panimaio” – “Non capisco” – ecco che lo scenario si fa ancora più critico. Ma il Donbass è un luogo balordo: farsi arrestare, in certi casi, è il modo migliore per ottenere ciò che si vuole.

Il comune di Yasinovataya è retto da un primo cittadino che sembra uscito da una scena di “Pulp fiction”. Dmitry Shekhovtsov ci accoglie nel suo ufficio giocherellando con una pistola semiautomatica: improvvisamente inserisce il caricatore nell’impugnatura dell’arma, scarrella e mette il colpo in canna. Dopodiché, massaggiandosi il ventre attraverso la maglietta, ci domanda: “Cosa siete venuti a fare da queste parti?” Gli rispondiamo la verità: ovvero che siamo tre giornalisti italiani, che vogliamo raccontare ciò che sta succedendo nel Donbass e che per farlo fino in fondo abbiamo bisogno di avvicinarci il più possibile alla linea del fuoco. Dmitry Shekhovtsov ascolta in silenzio, poi, rivolgendosi all’interprete, scodella la sua seconda questione: “Con quale mezzo siete arrivati fin qui?” “Con la marshutka numero 106”, gli rispondiamo. La cosa deve colpirlo enormemente, perché dopo essersi sganasciato di risate in compagnia di tutto il suo staff, tirando gran manate sul pianale della scrivania e facendo traballare il suo originalissimo posacenere a forma di bomba a mano, Dmitry Shekhovtsov si offre finalmente di aiutarci. “Volete che vi accompagni in un posto veramente interessante?” “Da”. “Volete vedere da vicino quello che ci stanno facendo?” “Da”. “Anche se potreste non tornare vivi?” “Da”. “Avete mai sentito parlare delle trincee di Spartak?”

È stato così, a bordo di una fiammante Bmw X3 carica di pacchetti di sigarette vuoti, scatole di munizioni e lattine di Pepsi, che ci siamo avviati alla volta del fronte.

Foto di Alfredo Bosco www.alfredobosco.com

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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