Il rifugio si trova nei sotterranei di un vecchio teatro. Siamo alla periferia occidentale di Donetsk, nel distretto di Petrovs’kyi.È sera, comincia a fare freddo e i lampioni sono tutti spenti. Il fronte corre a poca distanza da qui, appena oltre le ultime case del quartiere. Puoi vedere distintamente i bagliori dei colpi in arrivo, e ogni volta è come se la terra venisse scossa da un piccolo sisma. Per scendere nel bunker devi percorrere una lunga scaletta in ferro. L’uscio è ingombro di piccoli branchi di cani randagi, resi folli dal continuo rimbombo delle granate. Le povere beste tentano di accoccolarsi negli angoli più riparati, appiattendo le orecchie contro le pareti scure. I loro mugolii sembrano un fioco concerto di flauti stonati.Qui sotto, da ormai due anni, vivono circa un centinaio di persone. La responsabile del rifugio è una donna sulla cinquantina, dal fisico corpulento e lo sguardo triste. Prima della guerra faceva l’insegnante in una scuola del circondario.Poi l’istituto è stato bombardato, qualche alunno è morto, altri sono fuggiti lontano, e lei, volente o nolente, ha dovuto rifugiarsi nel sottosuolo. “Vivere all’esterno è diventato impossibile – sorride -. Il rischio di finire sotto una granata è decisamente troppo alto. Qui sotto siamo tutti al sicuro. È dura, certo, perché gli spazi sono quelli che sono, l’aria è spesso viziata e la privacy sostanzialmente non esiste. Abbiamo acqua, elettricità e luce. Cuciniamo in modo comunitario, organizziamo lezioni scolastiche per i più piccoli e altre attività collettive. Sopravviviamo, nell’attesa che finisca la guerra e incominci la ricostruzione. Per adesso, è solo questo che conta”.

Un tempo la chiamavano “Rattenkrieg”, la guerra dei topi: la adottarono i russi sul fronte di Stalingrado, sacrificando decine di migliaia di civili sull’altare della Grande guerra patriottica. Sono trascorsi oltre settant’anni, ma quaggiù, tra le pianure gelate dell’Ucraina orientale, l’orologio della storia sembra essersi lentamente fermato.Migliaia di uomini, donne, bambini e anziani hanno trovato rifugio nei vecchi bunker dell’epoca sovietica, dando vita a vere e proprie cittadine sotterranee. L’alternativa? Sfidare la sorte in una infinita partita a scacchi col destino invisibile e sfuggente, rapido come un colpo di mortaio. C’è chi ci ha provato, come quella “babushka” che, dalla finestra del suo piccolo appartamento affacciato sulle rovine dell’aeroporto di Donetsk, gridava improperi in faccia ai miliziani che le si erano trincerati nel cortile. Nessuno sa che fine abbia fatto. Forse è morta, forse è impazzita. Forse qualcuno, alla fine, è riuscito in qualche modo a trascinarla via.Nei rifugi sotterranei del Donbass l’esistenza ha assunto una nuova dimensione: non esistono progetti di vita, si ragiona giorno per giorno, come nelle cliniche per malati terminali. A Petrovs’kyi distrikt ogni famiglia ha il suo mini-appartamento. Non esistono porte né muri divisori: ogni vano è delimitato da vecchie coperte stese sulle corde di iuta. L’aria è pesante, odora di cavoli bolliti e fumo di sigaretta.I più fortunati hanno conservato un posto di lavoro, un’automobile e uno stipendio: durante il giorno possono guidare fino in città, fare la spesa, collegarsi a internet, visitare parenti e amici. Essi rappresentano la classe privilegiata, ma anche i loro vantaggi – a ben vedere – hanno le gambe molto corte.

Donetsk è una città assediata: i prezzi dei generi di prima necessità sono sempre più alti; la valuta scarseggia, così come i bancomat funzionanti. Per ritirare cartamoneta bisogna spingersi verso sud, fino a Maiupol, nel territorio controllato dall’esercito ucraino.In linea d’aria sono poco più di cento chilometri, ma tra andata e ritorno – considerando le file ai “block post”, le deviazioni e il traffico – può andar via un’intera giornata. Senza contare i rischi più gravi: giusto due settimane fa, durante un controllo in un check point alle porte del capoluogo, una fila di auto è stata centrata da una salva di artiglieria.Quattro persone sono morte e almeno otto sono rimaste ferite. Per quanto si potrà andare avanti? Juri, ricercatore di Fisica presso l’università di Donetsk, non ha dubbi: “Questa guerra ci sta rapidamente logorando – dice -. Resistere è sempre più difficile, specie per chi, come me, non ha intenzione di abbandonare il proprio lavoro. I miei ultimi stipendi si trovano in Ucraina: mi appartengono, ma non posso ritirarli. Viviamo in una terra di mezzo, senza diritti né garanzie. Il nostro governo non è riconosciuto da nessuno, neppure dalla Russia. A pochi chilometri dalle nostre case si continua a combattere. Quale futuro possiamo immaginare per i nostri figli?” I cannoni continuano a tuonare, all’orizzonte di Petrovs’kyi distrikt.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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