Due anni di scontri, intere città rase al suolo, una economia sull’orlo del suicidio, diverse migliaia di morti – soprattutto tra i civili – centinaia di migliaia tra profughi e sfollati.Il conflitto armato in Ucraina orientale rappresenta il grande punto d’attrito tra l’imperialismo russo e quello occidentale: due giganti che si fronteggiano minacciosi, pronti a sacrificare sull’altare della geopolitica un intero Paese con i suoi abitanti.Tutto inizia il 21 novembre 2013, quando il governo ucraino di Viktor Janukovyč decide di bloccare la firma di un accordo di cooperazione con l’Unione Europea. La sera stessa, migliaia di manifestanti invadono piazza Maidan, nel centro di Kiev, protestando contro il provvedimento e chiedendo una maggiore apertura verso occidente. Cortei, comizi e sit-in si protrarranno fino alla fine di febbraio, sfociando spesso in scontri violenti con la polizia e causando diverse decine di morti.L’Ucraina si divide in due: gli oblast’ occidentali supportano le ragioni della protesta, mentre i cittadini di cultura russofona tendono a schierarsi dalla parte del presidente Janukovyč, più affine alla linea moscovita. Il braccio di ferro si trascina per tre mesi, in un turbinio di ingerenze straniere, episodi poco limpidi e atti di violenza.Il 22 febbraio 2014 Viktor Janukovyč fugge all’estero, consegnando il potere in mano all’opposizione. Gli succederanno prima Oleksandr Turčynov e poi Petro Porošenko, un imprenditore del comparto dolciario, convinto sostenitore dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Le reazioni dei filorussi – appoggiati fattivamente dal Cremlino – non si fanno attendere. Il 26 febbraio, quasi senza colpo ferire, gli “omini verdi” prendono possesso della Crimea, che il 15 maggio – in seguito a un referendum – verrà annessa alla Russia.

Tra marzo e aprile, gravi disordini si registrano anche nelle altre città dell’Ucraina orientale, e in particolar modo a Donetsk e Lugansk, nel bacino minerario del Donbass, dove inizia a formarsi un movimento separatista anti-Maidan.I palazzi amministrativi vengono presi d’assalto dalla folla, che spesso si scontra con la polizia. Tra fine aprile e metà maggio, sia Donetsk che Lugansk dichiarano la propria indipendenza dal governo di Kiev, istituendo una propria milizia, disarmando le locali unità dell’esercito e occupando le basi militari.Il supporto strategico e materiale da parte della Federazione Russa è fin da subito evidente e decisivo. Il 2 maggio decine di manifestanti filorussi vengono massacrati presso la casa dei sindacati di Odessa, per mano delle milizie dell’estrema destra ucraina.Ben presto le manifestazioni e gli scontri assumo il carattere di una vera e propria guerra civile. A maggio le truppe di Kiev lanciano una dura controffensiva, riconquistando, nel giro di qualche settimana, le città di Sloviansk, Krematorsk e Mariupol.

Il 17 luglio un aereo della Malaysian Airline verrà abbattuto in circostanze mai chiarite sopra i cieli di Donetsk, provocando una ulteriore escalation di tensione e riaccendendo l’interesse dell’opinione pubblica internazionale, che tuttavia non riesce a porre fine al conflitto.L’offensiva ucraina si arresta improvvisamente sul finire dell’estate, quando un contingente di oltre mille soldati viene chiuso in una sacca presso il villaggio di Ilovaisk, a sudovest di Donetsk: l’operazione si conclude in un vero e proprio massacro, con centinaia di morti e altrettanti prigionieri.A settembre, presso il President Hotel di Minsk, vengono siglati i primi protocolli di pace, che tuttavia non saranno mai rispettati da nessuno dei due contendenti. Con l’avanzare dell’autunno, il conflitto assume i connotati di una vera e propria guerra di trincea, il cui epicentro è rappresentato dall’aeroporto di Donetsk, tra le cui macerie, per lunghi mesi, resisterà indomita una piccola squadra di soldati ucraini, i cosiddetti “cyborg”. Bisognerà aspettare il febbraio del 2015, con la conquista della città di Debaltsevo da parte delle truppe filorusse, perché gli ultimi “cyborg” si decidano ad alzare bandiera bianca. Da allora i combattimenti non sono mai cessati, nonostante la presenza degli osservatori Osce e gli appelli della comunità internazionale.Quello che avete letto è frutto di oltre quattro mesi nel Donbass da parte degli autori. A quasi un anno di distanza, Gli Occhi della Guerra vogliono tornare nel Donbass per raccontare “la guerra che non c’è”. Per farlo, però, abbiamo bisogno anche del tuo aiuto.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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