Dicono che in quegli attimi tutta la vita ti ripassa davanti agli occhi. Dicono che il tempo inizia a scorrere più lentamente, come in un rallenty, e che gli istanti diventano lunghissimi e si riempiono di molte riflessioni. Dicono che ti resta qualche momento per un’ultima preghiera, che fai in tempo a dedicare un pensiero ai tuoi cari o a mormorare un’inutile imprecazione. La verità è molto più prosaica: improvvisamente senti un fischio acutissimo, alzi la testa al cielo e ti rendi conto che tutta la gente attorno a te sta urlando di terrore. Non ti resta il tempo di realizzare nulla, perché dopo due secondi vieni investito dall’esplosione.

Abbiamo trascorso una notte nelle trincee separatiste di Spartak, alla periferia nordest di Donetsk, sotto i bombardamenti dell’artiglieria pesante ucraina. Per dodici ore abbiamo documentato in presa diretta la reale entità di questa guerra dimenticata, che l’Europa si ostina a ignorare ma che ogni giorno macina morti, orrore, distruzione. Abbiamo guardato in faccia ciò che nessuno vuole vedere, e ora siamo qui per raccontarvelo.

Donbass: la guerra continua. Perché nessuno ne parla?

L’essere umano ha un grande pregio: è capace di adattarsi a qualsiasi situazione – persino alla guerra. La casupola di Spartak è costantemente investita dal fuoco dei kalashnikov e delle armi automatiche, ma dopo la prima mezz’ora di permanenza, che ti piaccia o no, cominci pian piano a farci il callo. L’artiglieria, da queste parti, segue la stessa logica di una partita di ping-pong: prima sparano gli uni, poi, dopo qualche minuto di pausa, tocca subito agli altri. In mezzo al tavolo da gioco, rannicchiati nelle loro postazioni, ci sono i soldati di fanteria. La loro è una vita da topi: il rancio consiste in una gamella di “kasha”, un insipido porridge di grano saraceno. Per alleviare il sonno e la stanchezza, spesso ci si imbottisce di anfetamine, mentre ogni sorta di bevanda alcolica è severamente bandita. Uscire di pattuglia, montare la guardia in prima linea, cecchinare oltre il bordo della trincea, precipitarsi nel rifugio: questa è la routine quotidiana, tra le macerie di Spartak. Ci confessa il comandante: “Se dipendesse da me, questa notte stessa chiamerei a raccolta i miei uomini e li porterei all’assalto delle trincee ucraine. Forse ci lascerei le penne, ma almeno morirei da uomo e non da topo”.

Parlare con i soldati non è un’impresa facile: ci aiutiamo alla bell’e meglio utilizzando un piccolo dizionario tascabile. Nessuno di loro parla inglese, e noi ovviamente non conosciamo che qualche parola di russo. Un miliziano ci mostra la foto del figlio appena nato. Ha le mani sporche di terra e fuliggine, come quelle di tutti i suoi compagni. L’aria odora di polvere da sparo, ed è un lezzo terribile, che ti entra nelle narici e ti sale al cervello. Fa caldo, e tutti gli uomini fumano nervosamente. Uno di essi ci racconta di due suoi colleghi che sono morti proprio quaggiù, una manciata di notti fa: mimando con le mani l’effetto di un esplosione, ci fa capire che il più giovane della coppia ha avuto il ventre squarciato ed è deceduto in seguito al dissanguamento, con le viscere sparse sugli stivali. “Apocalypse”, sorride poi, dandoci una pacca sulle spalle. E certo, è ben difficile dargli torto.

Col calare della notte, la situazione si è fa ancora più tesa. La partita di ping-pong aumenta d’intensità: pian piano, gli sniper sono rientrati nei rifugi. Ora è il momento dell’artiglieria pesante, quella che fa tremare i muri, riempie l’aria di schegge e maciulla i corpi fino a renderli irriconoscibili. Eccola, la vera sterminatrice: cos’è un colpo di fucile di fronte a una granata da 152 millimetri? D’improvviso ci torna in mente il dialogo di un vecchio film di Kubrick, “Orizzonti di gloria”: “Dimmi un po’ – chiede un soldato all’altro -, baionetta a parte, di che cosa hai più paura?” ”Ma di una grossa bomba!”, risponde quello. E il primo, di nuovo: “Esatto! Proprio come me! Perché ti può dilaniare più di qualsiasi altra cosa!” Oggi finalmente riusciamo a capire il senso autentico di quella battuta: ce l’abbiamo davanti agli occhi.

Verso le nove di sera, dopo aver indossato elmetti e giubbotti antiproiettile, usciamo in avanscoperta verso le trincee avanzate. È un tragitto molto breve. Camminiamo nelle tenebre più complete, incespicando tra

le macerie e infilandoci uno dopo l’altro in un breve camminamento scavato nella terra. Possiamo sentire i proiettili fischiare sopra le nostre teste, mentre i miliziani, accanto a noi, ripetono in loop la loro breve litania: “No lights, sniper, no lights”. Arriviamo in una specie di osservatorio, al primo piano di un palazzo semidistrutto. Lo spettacolo che ci si presenta davanti agli occhi è al contempo meraviglioso e tremendo: l’intero orizzonte, proprio di fronte a noi, è illuminato a giorno da una infinita raffica di lampi. Si direbbero fuochi d’artificio, ma ovviamente si tratta di ben altro: sono i bagliori delle bombe che piovono senza sosta sulle sfortunate terre del Donbass.

Il buio della notte, quando sei alla guerra, è uno strano compagno di viaggio. I soldati amano le tenebre, perché esse li proteggono dagli sguardi del nemico. Al contempo, però, ne hanno anche paura: dall’oscurità può emergere qualsiasi cosa, e in genere non è mai nulla di buono. Le nostre tenebre sono state squarciate d’improvviso alle dieci e quattordici di sera, mentre, seduti all’aperto, di fronte al tavolino del presidio, stavamo intervistando uno dei nostri miliziani. Improvvisamente l’aria è stata squarciata da un fischio potentissimo. Abbiamo visto il ragazzo di fronte a noi distorcere il volto in una indescrivibile smorfia di terrore. Siamo balzati in piedi e ci siamo gettati oltre la soglia del bunker. Mentre rotolavamo sui gradini di cemento, un boato inimmaginabile ci ha squassato le orecchie. È arrivato lo spostamento d’aria, e con esso la potente granaiola delle schegge incandescenti.

Descrivere i momenti successivi è assolutamente impossibile. Il bombardamento è durato in tutto tre ore, fino all’una e mezza di notte. Abbiamo visto miliziani scoppiare in lacrime. Altri si sono rannicchiati sul pavimento, quasi volessero cercare protezione negli anfratti più remoti del sottosuolo. Altri hanno urlato, altri si sono limitati a fissare il vuoto.

Fortunatamente la nostra telecamera è rimasta accesa, consentendoci di registrare in video il dramma quotidiano di migliaia di ragazzi come noi, nelle eterne trincee del Donbass. Scopriremo il mattino successivo, uscendo finalmente alla luce del sole, che la nostra postazione è stata investita da una raffica di proiettili da 152 millimetri. Uno di essi è caduto a soli dieci metri da noi, scavando un buco di almeno due metri nell’asfalto della strada. Abbiamo raccolto le schegge: alcune di esse erano grosse come il nostro pugno.

Rientrando a piedi verso casa, nel bagliore ironico del primo mattino, abbiamo ripensato a una celebre citazione di Ernest Hemingway: “Scrissero un tempo che è dolce e meritevole morire per la patria. Ma in una guerra moderna non c’è niente di dolce né di meritevole. Morirai come un cane e senza ragione”. Probabilmente i ragazzi di Spartak non hanno mai letto “Per chi suona la campana”. Ma forse, in fondo, non ne hanno alcun bisogno.

Foto di Alfredo Bosco www.alfredobosco.com

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