Le trincee corrono sul crinale della vecchia massicciata ferroviaria. Oltre la scarpata c’è il piccolo villaggio di Pisky, che si trova ancora nelle mani dell’esercito ucraino. I soldati di Kiev si sono asserragliati tra le casupole deserte e ogni tanto sparano qualche colpo. Appena più a est, oltre una piccola collinetta, sorge l’aeroporto internazionale di Donetsk, che era stato inaugurato per gli Europei di calcio del 2012 e oggi è ridotto a un grande cumulo di rovine.Qui, su questa linea immaginaria che lambisce i quartieri settentrionali della città, nazionalisti e separatisti si scontrano duramente fin dall’estate del 2014. “La notte scendiamo nei rifugi sotto la massicciata – scandisce a mezza voce il comandante Skorpion, uno degli ufficiali filorussi che comandano questo settore del fronte -. In trincea resta qualche vedetta. Abbiamo approntato un buon sistema di campi minati e possiamo sempre contare sulle nostre artiglierie, che in caso di bisogno sono costantemente pronte a entrare in azione”.

La prospettiva non sempre fa piacere, anche quando i cannoni che tuonano si trovano alle tue spalle. Il rischio è che si inneschi il temutissimo “effetto ping-pong”, che da queste parti è ormai cronaca quotidiana: apre il fuoco la batteria separatista, che spara per un tot di minuti, quindi entrano in azione i mortai ucraini, poi di nuovo quelli separatisti e ancora quelli ucraini, e così via fino a notte fonda.

Per gli uomini è una gran seccatura: significa fare di continuo avanti e indietro dai rifugi alle trincee, con le orecchie costantemente tese e il rischio incessante di prendersi una scheggia in fronte. Ci è stato spiegato come comportarci in caso di bombardamento. La prima cosa da fare è distinguere i colpi in partenza da quelli in arrivo – il che è effettivamente molto semplice. I primi sono annunciati da un boato sordo, i secondi da un lungo fischio che si fa man mano più acuto. Quando cominci a sentire il fischio, significa che non ti resta molto tempo. Quello che devi fare è gettarti a terra con la bocca spalancata, per evitare che lo spostamento d’aria ti faccia esplodere i timpani. Vietato mettersi a correre, vietato restare in piedi: la cosa più saggia che puoi fare, se credi in qualche divinità, è appiattirti nel fango e cominciare a pregare. C’è da pisciarsi addosso? All’inizio sì. Poi – così dicono – la paura comincia a diventare abitudine, un po’ come tutti i fatti umani, e allora anche i mortai diventano routine e c’è persino chi riesce a scherzarci sopra.Siamo stati invitati a trascorrere una notte in trincea, assieme ai miliziani del comandante Skorpion. Il rancio è arrivato poco prima del tramonto ed è stato cucinato direttamente ai piedi della massicciata, tra gli alberelli di uno striminzito boschetto: carne arrosto, pane abbrustolito e patate bollite – con ogni probabilità, un menu delle grandi occasioni.“I nostri turni di trincea durano tre giorni e tre notti – ci racconta Andrej, uno dei miliziani di Skorpion -. Non è poco, se si calcola che qui non abbiamo né luce né acqua corrente. Trascorri le giornate con le mani nella terra e pian piano il fango ti si infila fin sotto i capelli. Per non parlare dei bombardamenti e dei cecchini, che in buona sostanza non dormono mai”.Anche il rientro in città non è affare da poco: per abbandonare la linea bisogna imboccare una lunga carrozzabile che per lunghi tratti corre allo scoperto, sotto il tiro di decine di sniper. Ognuno ha la sua tecnica. Quella di Skorpion – che ci farà da autista – consiste nel lanciarsi in una corsa folle tra i tronchi divelti e i crateri di granata, ovviamente dopo essersi ricoperto la fronte con infiniti segni della croce. Ma questo lo scopriremo soltanto il mattino seguente.

Col calar della notte, le artiglierie di Kiev ricominciano a cantare. L’aria si riempie di fischi, come in una grande festa di paese. Ci infiliamo nei bunker, che consistono in grossi stanzoni foderati di cemento armato e punteggiati da minuscole brandine. Dormire non è facile, perché ogni esplosione provoca una piccola scossa di terremoto. Ovviamente si giace vestiti, pronti a saltar fuori in caso di necessità. Qualcuno, addirittura, riesce a prendere sonno con l’elmetto in testa e il fucile in mano, ma sono rare eccezioni.Sulla branda di fronte alle nostre c’è un ragazzo giovanissimo, con i capelli biondi e le guance ancora glabre. Si chiama Igor, ha 19 anni, deve ancora finire il liceo e un giorno sogna di diventare ingegnere minerario. In un inglese stentato, ci racconta la storia di uno degli eroi di questa terra: il minatore Aleksej Stachanov, che nel 1935, poco lontano da qui, stabilì il record mondiale di estrazione del carbone. Anche lui, come tutti gli uomini che sono qui con noi, non ebbe una vita facile: morì da alcolizzato negli anni Settanta, in un ospedale psichiatrico alla periferia di Donetsk. Improvvisamente, un boato più potente degli altri fa tremare le volte del rifugio. Igor salta all’impiedi, come sbalzato da una molla invisibile. Dal soffitto comincia a cadere una sottile pioggia di polvere. Igor agguanta il kalashnikov, ci guarda negli occhi uno a uno e poi sorride: “Eta vojna”, questa è la guerra. Ed è come se all’improvviso si fosse risvegliato da un sogno.

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