DONETSK – Tre settimane di trincea, due giorni di riposo. Poco cibo, poco sonno, terra e fango fino alle ginocchia. Questa, da quasi due anni, è la vita di Spartaco, il volontario italiano che combatte con i separatisti di Donetsk, nell’Ucraina orientale.

Lo abbiamo incontrato nel centro della roccaforte filorussa, in una tiepida serata di inizio estate. Qui la vita sembra scorrere normalmente. Molti negozi sono regolarmente aperti, la gente fa la fila di fronte alla posta e i tram sferragliano senza sosta lungo le carreggiate di Artema ultca. Eppure, a pochi chilometri da qui, la guerra continua a infuriare senza tregua.Per accorgersene basta attendere il calar del sole, quando le contrapposte artiglierie iniziano il loro consueto concerto. I rombi provengono da settentrione, oltre le rovine del grande aeroporto cittadino. Pisky, Spartak, Avdiivka: ogni villaggio è stato trasformato in una roccaforte trincerata.A sud i separatisti, a nord l’esercito regolare ucraino. Alle undici in punto scatta il coprifuoco, e allora tutte le vie tornano deserte, le insegne vengono spente e le famiglie si rintanano in casa. “Nelle ultime settimane gli scontri si sono molto intensificati – racconta Spartaco -. I soldati di Kiev hanno attaccato nella zona a est dell’aeroporto, nel tentativo di conquistare l’autostrada che collega Donetsk a Lugansk. Sono riusciti ad avanzare per circa un chilometro, dopodiché sono stati fermati. Ora stiamo cercando di riguadagnare il terreno perduto, anche se l’impresa si prospetta difficile. Abbiamo avuto gravi perdite: giusto qualche giorno fa, a pochi chilometri da dove ci troviamo, un mio caro amico è caduto in combattimento”. È un conflitto fantasma, quello che sta insanguinando le pianure del Donbass: nonostante i morti e i feriti, nonostante le devastazioni e i bombardamenti quotidiani, l’opinione pubblica europea sembra aver definitivamente voltato il proprio sguardo altrove.

Sono ormai mesi che tra le strade di Donetsk non si avvistano giornalisti occidentali. La loro ultima sortita risale al 9 maggio, in occasione della parata per il giorno della vittoria: un paio di notti in albergo, il rituale stand up sotto la statua di Lenin, qualche rapida intervista al politico di turno, e poi via di nuovo verso Rostov o Kiev. “Purtroppo, così stanno le cose – sorride Spartaco -. Il mondo si è dimenticato di noi, ma è anche per questo che ho deciso di restare. Il giorno in cui sono arrivato, nell’autunno del 2014, ho giurato a me stesso: non me ne andrò fino alla vittoria finale. Ebbene, potete anche scriverlo: non ho alcuna intenzione di tradire quella promessa”. Quarantuno anni, originario del Bresciano, ex alpino e poi parà nella Folgore: in due anni di guerra, Spartaco è stato ferito tre volte, prima al piede, poi al volto e alla schiena. Ha combattuto durante la battaglia dell’aeroporto, ottenendo diverse decorazioni. Di tutti i volontari italiani che hanno deciso di unirsi alla causa dei separatisti filorussi – una quindicina in totale – è oggi l’unico che continua a lottare in prima linea. Lo fa per ideologia, assicura lui, “per contrastare l’Europa di Bruxelles e il mondialismo statunitense”. “Questa ormai è la mia casa – assicura -. Sto combattendo la mia guerra, e sono felice di farlo. Se tornerò mai in Italia? Forse. Ma soltanto quando scoppierà la rivoluzione”.

Foto di Alfredo Bosco

 

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