Un villaggio spezzato in due, una famiglia distrutta, è così che l’occupazione israeliana avanza dentro la Cisgiordania: un pezzo di terra alla volta, un corpo dopo l’altro.

Umm Al Khair è irriconoscibile, nel grande parco giochi dove un tempo Awda Hathaleen radunava gli attivisti israeliani e internazionali, adesso c’è un cartello: “giustizia per Awda”. Ma giustizia non è mai stata fatta, anzi. Di fronte una recinzione chiude il parco, al di là della barriera una grande bandiera israeliana dimostra che anche quel pezzo di terra è stato preso con la forza.

Dall’uccisione a sangue freddo di Awdah Hathaleen, attivista palestinese e consulente del documentario “No Other Land”, da parte del colono israeliano Yinon Levi, la colonia di Carmel si è ampliata rapidamente.
Nel villaggio di Umm al-Khair, sulle colline a sud di Hebron adesso ci sono sei casette prefabbricate, messe lì dai coloni, gli stessi che lo scorso luglio hanno ucciso una delle persone più importanti del villaggio, punto di riferimento per tutti e tutte.
La giustizia è una parola senza suono qui dove la pace è un inganno fondato su un sistematico processo di deumanizzazione, sul terrore e sull’orrore.

Khallet ad Daba, a Massafer Yatta, non esiste praticamente più. È stato demolito nove volte in totale, di cui 4 solo nell’ultimo anno. Dopo l’ultima demolizione del 17 settembre scorso, sono rimaste in piedi solo la scuola e tre case. Le 14 famiglie che vivono qui, da allora la notte si rifugiano in grotte, ma spesso Israele distrugge anche quelle.
“Durante l’ultima demolizione abbiamo avuto un attacco orribile da parte dei coloni”, racconta Jaber, uno degli uomini del villaggio, “sono stati picchiati anziani e neonati, 12 persone sono finite in ospedale. La vita è diventata invivibile qui”.
Ma invivibile è la vita in gran parte della Cisgiordania occupata oggi. Dal raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza, infatti, gli attacchi dei coloni israeliani – che dal 7 ottobre 2023 sono armati come l’esercito – si stanno moltiplicando. La nuova nota umanitaria di OCHA dello scorso 5 dicembre fotografa una Cisgiordania precipitata in una spirale di instabilità e violenza che, nelle ultime settimane, ha colpito decine di migliaia di civili palestinesi. L’ONU parla apertamente di una crisi che “si approfondisce”, segnata da una crescita simultanea delle operazioni militari israeliane (soprattutto nel nord della Cisgiordania), degli attacchi dei coloni e del deterioramento dei servizi essenziali.

A Ramallah il sole è alto, qui si respira un’aria diversa, lontana dal pericolo. Eppure, nei villaggi circostanti i coloni entrano nelle case, le distruggono e le bruciano proprio come a Masafer Yatta. È il caso di Taybe, villaggio cristiano, da cui la gente oggi è costretta a fuggire.
“I coloni sono entrati nel mio giardino, hanno fatto scoppiare la mia macchina e incendiato la mia casa”; racconta Jeries Azar nella casa dei suoi genitori a Ramallah, “da Taybe siamo dovuti fuggire perché avevamo paura per la vita di nostro figlio”.

I coloni entrano nei villaggi palestinesi, ovunque si trovino (ultimamente hanno più volte attaccato villaggi localizzati in aree A, teoricamente sotto totale controllo dell’Autorità Palestinese), indisturbati e spesso scortati dall’esercito israeliano stesso.

L’autorità palestinese, di fatto l’autorità di governo nella Cisgiordania occupata, non fa niente per fermarli: “Siamo tutti d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno di sangue nuovo”, ammette Sharaf Bargouthi – figlio dello storico leader palestinese Marwan Bargouti – “Le cose devono cambiare. Non si può avere la stessa leadership per oltre 20 anni. Gli insediamenti stanno crescendo, le terre vengono rubate e nessuno difende i contadini e gli agricoltori”.
Marwan Barghouti, in carcere da 23 anni, è oggi visto come il leader palestinese più importante e capace di unificare il suo popolo. È considerato il Nelson Mandela della Palestina, eppure Israele continua a rifiutarsi di scarcerarlo. Anche durante l’ultimo scambio di prigionieri quello di Barghouti è emerso come nome nelle liste delle possibili liberazioni, ma lo Stato Ebraico ha rifiutato.

“La storia ci ha detto che la gente arriva a un punto in cui dice: ‘Ora basta’, ed è successo tre o quattro volte in passato. Per questo penso che adesso ci sia la possibilità di un’altra Intifada. Naturalmente non un’Intifada armata, perché la situazione non lo permette ma abbiamo diversi modi di fare Intifada, come il boicottaggio, le proteste civili e la pressione sul nostro governo”, continua Sharaf, “l’Autorità Palestinese ci deve proteggere, i coloni non potrebbero avere questo spazio e questa libertà se il nostro governo ci proteggesse davvero”.

Ma in alcuni casi l’Autorità Palestinese più che proteggere i suoi cittadini ha spalleggiato l’esercito israeliano. È successo durante l’assedio dei campi di Jenin e Nur Shams lo scorso gennaio. A circa due ore di macchina da Ramallah, nel nord della Cisgiordania, i campi profughi di Nur Shams e Jenin sono quello che di più simile a Gaza si possa vedere. Il campo di Jenin è inaccessibile. L’esercito israeliano ha accumulato all’entrata del campo terra e macerie, per evitare che chiunque vi si possa avvicinare. I residenti del campo di Jenin sono ora e ancora una volta sfollati tra la città, i villaggi circostanti, e la residenza dell’Università Americana – un tempo destinata agli studenti.


“Lo scorso gennaio l’esercito israeliano ha invaso il campo usando droni, bombe e cecchini. Anche l’Autorità Palestinese in quei giorni ci ha assediati. I soldati israeliani sono entrati nel campo, ci hanno cacciati dalle nostre case e da allora non siamo mai più potuti tornare”, racconta Immaly dentro una delle stanze dell’edificio dell’università americana.

“Qui non abbiamo niente, viviamo come persone morte”, ripete mentre si asciuga le lacrime che le scorrono veloci sul viso. Accanto a lei c’è il marito disabile, disteso sul letto. “Non abbiamo medicine, non abbiamo coperte, non abbiamo acqua pulita, ma siamo disposti a mangiare la terra pur di poter tornare nella nostra casa a Jenin”.

“Abbiamo perso tutto”, racconta – invece – Fares. “Non abbiamo acqua, non abbiamo luce, non abbiamo neanche i soldi per il pane. La mia casa è distrutta, ma voglio tornare a Jenin, costruirò una tenda se necessario e la metterò dove prima c’era la mia casa. Qui stiamo morendo piano piano”, conclude mentre dà un bacio sulla fronte alla figlia appena nata.

“Hanno preso l’olio d’oliva dalla cucina e hanno iniziato a farlo gocciolare sul pavimento della casa, hanno preso i vestiti dall’armadio e hanno iniziato a metterli in giro, poi hanno dato fuoco alla casa. Hanno bruciato diverse case contemporaneamente, e quando sono arrivati i pompieri, hanno impedito loro di fermare l’incendio”, racconta Widad, profuga dal 1948 nel campo di Nur Shams, a Tulkarem.
La incontriamo nella sua casa completamente carbonizzata dopo che l’esercito israeliano gli ha dato fuoco, dentro il campo sotto assedio. Un anno fa, infatti, nel gennaio 2025 l’esercito israeliano è entrato a Nur Shams distruggendo le infrastrutture, le strade e le case, e forzando i residenti ad evacuare all’interno di un’ampia operazione “antiterrorismo”. Circa tre mesi fa Widad è tornata nella sua casa ma l’ha trovata distrutta.
Widad è originaria di Haifa, ma da lì era stata costretta ad andar via durante la Nakba (in arabo la catastrofe) del 1948, oggi lotta per tornare nel luogo in cui è sfollata.

“Era il primo giorno di Ramadan, l’aprile del 2022 quando è stato ucciso mio figlio. Aveva 27 anni e a 23 si era unito alla Jihad islamica dopo essere stato prigioniero. È stato torturato così tanto, ecco perché si è unito alla resistenza. L’hanno arrestato per la prima volta il giorno prima del suo matrimonio, lo hanno arrestato intenzionalmente per non farglielo fare. Poi è stato rilasciato ed è stato arrestato di nuovo. Voleva solo vendicarsi”, continua la donna.
Come spesso accade e come testimoniato anche da diverse Ong israeliane tra cui Btselem nel suo ultimo rapporto “Welcome to Hell” sugli abusi nelle carceri israeliane; la violenza alla quale sono sottoposti i prigionieri palestinesi è un fattore che spesso trasforma detenuti comuni in potenziali miliziani.
“Quando è uscito ha divorziato dalla sua fidanzata per non metterla a rischio e si è unito alla lotta armata. Così l’hanno ucciso”, conclude

“Quando è uscito ha divorziato dalla sua fidanzata per non metterla a rischio e si è unito alla lotta armata. Il suo sogno era, prima di essere ucciso, creare un partito della Jihad Islamica a Nur Shams per resistere all’occupazione. E così dopo la sua uccisione si è dato inizio alla resistenza nel campo di Nur Shams. L’ha iniziata lui”, conclude.
Tutto intorno è spettrale: la casa di Widad è un ammasso di roba carbonizzata, la puzza di bruciato ti entra nella carne, da quel che resta della porta d’entrata si vedono i cecchini israeliani, con i loro fucili sui tetti delle case occupate dei palestinesi. “La resistenza”, conclude la donna, “è la base della nostra vita in questo Paese. Ci hanno tolto tutto, ma noi non ce ne andremo”.
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