Quel che resta degli yazidi
Dieci anni dal Genocidio

Quel che resta degli yazidi: dieci anni dal Genocidio

Era il 3 agosto del 2014, quando l’ISIS lanciò un attacco contro la regione del Sinjar, Iraq, abitata prevalentemente da Yazidi. Le forze curde, che inizialmente proteggevano la regione, si ritirarono improvvisamente, lasciando gli Yazidi senza alcuna difesa. La speranza di un dopo guerra stabile crollò come un castello di sabbia lasciando posto ad un destino ignaro. Tanto è avvolgente la luce del Sinjar, tanto è oscura la catastrofe umanitaria conseguente all’attacco dell’ISIS. A migliaia morirono immediatamente sotto i proiettili e i colpi dei militanti.

Oltre la coltre di sabbia si ammassarono i corpi di uomini giustiziati, decapitati e lasciati al suolo come monito di terrore. Donne e bambini vennero rapiti, molte ragazze yazide vendute come schiave sessuali, sottoposte a sistematici stupri e violenza. Lontano dallo sguardo delle comunità internazionali, migliaia di persone fuggirono verso il monte Sinjar, dove rimasero intrappolate senza cibo, acqua o assistenza medica, sotto il sole bruciante ed asfissiante di una torrida e arida estate.

“La mia famiglia ed io restammo nove giorni senza cibo e acqua. Poi, alcuni gruppi hanno aperto il confine dalla Siria al confine iracheno. Ci siamo spostati dall’Iraq alla Siria e successivamente siamo tornati nel Kurdistan iracheno. Siamo rimasti in un vero buco, un vecchissimo buco, per circa nove mesi per poi tornare qui in un campo profughi in Kurdistan. Viviamo qui dall’inizio del 2015”. Sono le parole rilasciate a luglio 2022 da un ragazzo Yazidi di nome Saeed e contenute negli Yazidi Genocide Archive. Sono testimonianze di vite sospese, devastate dai venti del passato e preoccupate per il futuro in cui li trascinerà. Tra le tende degli accampamenti, nel buio delle notti irachene resta l’interrogativo, come ha potuto la Storia, condurre a questo? Perché ancora una volta una diaspora tanto tragica?

Gli eventi prima del Genocidio

Dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 e dopo l’invasione dell’Afghanistan, nell’ottobre dello stesso anno, gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione del Presidente George W. Bush, adottarono una nuova strategia di sicurezza nazionale: l’uso preventivo della forza. Questo portò ad una crescente pressione sull’Iraq sia da parte degli Stati Uniti che dell’ONU. Con la risoluzione 1441, adottata nel novembre del 2002 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, venne concesso all’Iraq “un’ultima possibilità”.

Tutti sappiamo come andò a finire, ma molti meno sanno che prima dell’invasione via terra dell’Iraq, la guerra scoppiò con l’operazione Southern Focus, avviata nel giugno 2002. Una strategia per aumentare la pressione sul regime iracheno e preparare il terreno all’invasione. Fu un’operazione che aveva l’obiettivo di degradare le difese aeree irachene nel sud del paese, consentendo una maggiore libertà di manovra alle forze terrestri della coalizione. Gli attacchi aerei di questa operazione si susseguirono dal mese di giugno del 2002 al marzo del 2003 fino a quando il 20 marzo del 2003 scattò l’operazione “Iraqi Freedom” che aveva lo scopo di disarmare l’Iraq delle sue presunte armi di distruzione di massa, porre fine al regime di Saddam Hussein e “liberare” il popolo iracheno. Le forze della coalizione, principalmente statunitensi e britanniche, avanzarono rapidamente attraverso il Kuwait verso Baghdad e già nell’aprile 2003, Baghdad fu conquistata e il regime di Saddam Hussein cadde.

Cosa successe al paese subito dopo l’invasione? Sebbene l’obiettivo fosse la stabilizzazione e la ricostruzione dell’Iraq, il paese entrò in una fase di insurrezione e conflitti settari, rendendo la missione molto più complessa e prolungata di quanto inizialmente previsto. Aumentarono le violenze tra sunniti, sciiti e curdi, così come crebbero insurrezioni contro le forze della coalizione e il governo iracheno.

Nel 2007, l’amministrazione Bush implementò la strategia nota come “The Surge,” aumentando il numero delle truppe statunitensi in Iraq per stabilizzare il paese. Nel 2010 venne introdotta una nuova strategia che durò fino a fine 2011, l’operazione “New Dawn” che concludeva ufficialmente la “Iraqi Freedom” cambiando focus verso la formazione, il supporto e la consulenza alle forze irachene che avrebbero dovuto prendere il totale controllo dell’area. Quando alla fine del 2011, le forze statunitensi completarono il loro ritiro dall’Iraq, lasciarono la responsabilità della sicurezza al governo iracheno.

La situazione ben presto precipitò, le tensioni tra sunniti, sciiti e curdi si intensificarono, indebolendo ulteriormente il governo centrale. In un paese già dilaniato dalla guerra e dalle sue lotte intestine sopraggiunse un nuovo sanguinario dominatore, l’ISIS. Originatosi come una branca di al-Qaeda in Iraq, l’ISIS ha capitalizzato sulla debolezza del governo iracheno e sul conflitto in Siria per espandere il proprio controllo territoriale. Nel giugno 2014, a soli tre anni dal lascito statunitense, l’ISIS ha lanciato una rapida offensiva, catturando Mosul, la seconda città più grande dell’Iraq e gran parte del nord del paese. A quale prezzo? Milioni di iracheni furono sfollati e le minoranze, come gli Yazidi e minoranze cristiane, subirono atrocità e genocidio.

Chi sono gli Yazidi?

La comunità Yazida è una delle minoranze religiose più antiche del Medio Oriente e la loro storia risale a migliaia di anni fa. Stando ad una loro interpretazione storica, la loro religione sarebbe nata prima ancora delle religioni abramitiche. Hanno una fede sincretica, combinata con elementi di zoroastrismo, islam, cristianesimo e antiche credenze mesopotamiche. È una religione monoteista con una forte enfasi sul culto di Melek Taus, l’Angelo Pavone. La loro cosmologia include sette angeli principali, con Melek Taus al vertice. Gli Yazidi credono che il mondo sia stato creato da Dio e affidato a questi angeli per essere governato.

Storicamente, gli Yazidi sono insediati principalmente nella regione del Sinjar, una zona montuosa nel nord-ovest dell’Iraq, vicino al confine con la Siria. Oltre a Sinjar, vi sono comunità yazide significative anche nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, in particolare nei distretti di Shekhan e Dohuk. Nel corso degli ultimi decenni, la diaspora yazida è cresciuta, con numerose comunità stabilitesi in Europa, in particolare in Germania, nonché in Canada e negli Stati Uniti. La loro è una storia segnata da numerose persecuzioni, sin dai tempi dell’Impero Ottomano hanno subito massacri e conversioni forzate. Proprio durante il periodo ottomano vennero spesso accusati di eresia e idolatria.

Il Genocidio Yazidi del 2014

Sebbene anche sotto il regime di Saddam Hussein, gli Yazidi affrontarono discriminazioni e repressioni, con molte delle loro terre confiscate e le loro comunità spostate forzatamente, quello che avvenne nel 2014 sotto il brutale regime dello Stato Islamico di Iraq e Siria (ISIS) fu destinato a riempire le pagine più oscure della loro storia. In uno dei momenti più cruciali e critici, in un Iraq costellato da difficoltà economiche, isolazionismo internazionale e restrizioni autocratiche, ad essere colpiti furono uomini, donne e bambini che credevano di poter rifondare il paese ormai libero dalla guerra e dalle truppe straniere. Il seme della discriminazione, piantato in secoli di discordia, doveva ancora nascere portando con sé tutta la sua violenta oppressione.

Nell’attacco dell’ISIS del 3 agosto 2014 vennero uccisi 3.100 uomini e ragazzi in età da combattimento mentre oltre 6.500 donne e bambini vennero rapiti e trasferiti in luoghi di prigionia in Siria. Migliaia di bambini vennero torturati e costretti a combattere la causa dell’ISIS qualunque essa fosse. Vennero isolati, indottrinati con l’intento di cancellarne la cultura, la lingua, l’identità Yazida. Donne, bambine e ragazze vennero vendute o date in premio come schiave sessuali. I medici che si sono occupati di prestare soccorso alle donne Yazide dopo la prigionia hanno dichiarato che ognuna di loro era stata vittima di stupro o altre forme di violenza sessuale che le hanno provocato cicatrici e seri problemi di salute oltre che ferite psicologiche profondissime.  

Le notizie della tragedia del Sinjar tardarono ad arrivare ma scatenarono una risposta internazionale. Le forze aeree statunitensi, insieme a quelle di altre nazioni, iniziarono una serie di raid aerei contro le posizioni dell’ISIS, mentre aiuti umanitari venivano lanciati dall’aria per i rifugiati sul monte Sinjar. Le milizie curde, tra cui il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e le YPG (Unità di Protezione Popolare), giocarono un ruolo cruciale nel rompere l’assedio e nel permettere l’evacuazione dei sopravvissuti. Nel corso degli anni, vari organismi internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno riconosciuto le azioni dell’ISIS contro gli Yazidi come genocidio. Un riconoscimento fondamentale non solo per la memoria delle vittime, ma anche per promuovere la giustizia e la responsabilità per i crimini commessi.

La Vita Dopo il Genocidio

Con l’avanzata dell’ISIS, la comunità internazionale è intervenuta con una serie di operazioni militari per supportare l’Iraq nella lotta contro il gruppo terroristico. Nello stesso 2014 venne lanciata dagli Stati Uniti e da una coalizione internazionale l’Operazione Inherent Resolve per combattere l’ISIS in Iraq e Siria. Una delle battaglie più intense avvenne proprio a Mosul e la città fu liberata dopo nove mesi di combattimenti feroci, ma a un costo elevato in termini di vite umane e distruzione. Dal 2018 anche se l’ISIS è stato significativamente indebolito e privato del suo controllo territoriale, la sua minaccia rimane sotto forma di cellule dormienti.

Molti degli Yazidi sopravvissuti vivono ancora oggi in campi profughi, incapaci di tornare alle loro case a causa della distruzione e dell’insicurezza persistente. La ricostruzione degli insediamenti è ostacolata dalla mancanza di risorse e dall’instabilità politica della regione. Inoltre, molte donne yazide sopravvissute alla schiavitù sessuale affrontano stigmatizzazione sociale. Ai bambini nati durante la prigionia, dalle violenze sessuali, viene negata l’appartenenza alla comunità yazida. Molti bambini sono stati allontanati dalla comunità causando nelle madri un profondo stato di angoscia che va a sommarsi ai traumi delle violenze subite. Ad essere ostico all’integrazione di questi bambini è sia il Consiglio spirituale yazida che la legge irachena, la quale prevede che i figli nati da padre musulmano vengano iscritti come musulmani.

Molti membri della comunità, sfuggiti al massacro hanno provato ad emigrare all’estero ma non sempre ci sono riusciti. Khudaida, che all’epoca del genocidio aveva solo 20 anni, ricorda così il susseguirsi di dolorosi eventi: “Mio cugino è stato rapito dall’IS e ora vive in Canada. A causa di questi dolorosi eventi, mio ​​padre si è suicidato a Erbil e mio nonno è morto di infarto nello stesso mese in cui mio nipote è morto di cancro. Ho provato a emigrare dall’Iraq e andare in Germania, ma sono stata imprigionata in Turchia. Sono tornata per completare i miei studi e sono diventata un’attivista per la pace”.

Organizzazioni internazionali e locali lavorano per fornire supporto psicologico, assistenza medica e programmi di reintegrazione. La diaspora yazida gioca un ruolo cruciale, le comunità all’estero inviano aiuti finanziari e promuovono la consapevolezza globale sulle atrocità subite. Mentre gli Yazidi continuano a lottare per la giustizia e la ricostruzione, cercando di cancellare il tormento dei ricordi violenti, le prigioni per migranti continuano ad essere troppo affollate e gli accampamenti per rifugiati residenze troppo durature.