Una ventina di militari in riposo con la kippah in testa affolla la porzione della grotta di Macpelà adibita a sinagoga. Sonoscortati da un paio di colleghi, armati e in servizio, mentre si avvicinano alle porte blindate che delimitano la moschea di Abramo. Stanno per aprirle.

Mi volto, cerco di incrociare lo sguardo di Yaniv, un israeliano di 37 anni nato e cresciuto a Tel Aviv che aveva passato la mezz’ora precedente a spiegarmi come le due porzioni della Tomba dei Patriarchi fossero inaccessibili dai fedeli della confessione opposta. Senza proferire parola, interpreta la mia perplessità. “Non ho mai visto niente di simile. Ma sono dell’esercito, presumo possano fare ciò che vogliono”, mi dice. Yaniv sa bene cosa voglia dire indossare quella divisa. Come tutti gli israeliani ha svolto i 36 mesi di leva obbligatoria tra i 18 e i 21 anni. In un periodo molto particolare, quello della seconda Intifada. Oltre la metà del suo servizio l’ha prestato come carrista sulle stesse strade che ora ripercorre in abiti civili. Quelle, semi-deserte, della cittadella di Hebron.

A dispetto del suo significato letterale, questa città è uno dei luoghi più contesi nella storia dell’umanità. Gli arabi la chiamano al-Khalīl, che vuol dire “amico”, inteso come amico di Allah. Secondo la tradizione sarebbe infatti il luogo di sepoltura di Abramo, l’interlocutore prediletto di Dio, insieme ad Isacco e Giacobbe. Di fatto è, per tutte e tre le grandi religioni monoteiste, uno dei luoghi più sacri della Terra. Per i musulmani viene dopo La Mecca, Medina e la Moschea al-Aqsa di Gerusalemme. Per gli ebrei è secondo solo al Muro del Pianto ed è pure il luogo di prima incoronazione di Davide come re d’Israele. I crociati, da par loro, trasformarono in chiesa il palazzo costruito da Erode sopra le gallerie con le spoglie dei patriarchi. Per tutti, dal luglio 2017, è patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Negli anni intorno a questo luogo di culto sono state compiute innumerevoli azioni violente. A partire dal 1929, sotto il mandato britannico, quando la falsa notizia secondo cui due arabi fossero stati trucidati dagli ebrei nella zona del Monte del Tempio a Gerusalemme si scatenò in tutta la Palestina un pogrom contro gli abitanti di religione ebraica che fino a quel momento vivevano in pace insieme ai musulmani. Proprio 25 famiglie di Aʿyān (notabili arabo-musulmani) aiutarono oltre 450 ebrei su un totale di 750 coloni dell’Yishuv stanziati ad Hebron a sfuggire dal massacro che si concluse con la morte di oltre 65 di loro, che si aggiunsero alle centinaia vittime di stupri, aggressioni e ferimenti. “Ma furono i britannici a spargere la falsa voce, per poter scatenare l’ira dei musulmani e giustificare il progetto sionista che iniziavano ad appoggiare”, dice Muhammad, trentenne palestinese, uno dei 200mila della città ma pure uno dei pochi rimasti nella zona attorno al santuario. La versione contrapposta, invece, vuole che la persecuzione ebbe inizio per volere del Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, vicino alla Germania nazista, che approfittò del silenzio dei britannici. L’unica cosa su cui entrambe le narrazioni concordano: l’ambiguità dell’amministrazione inglese.

Muhammad mi aspetta ai piedi del santuario, di fianco al checkpoint dell’esercito israeliano che impedisce ai musulmani il passaggio dall’altro lato. Con Yaniv, che per ovvie ragioni non può effettuare il percorso opposto, mi ricongiungerò più avanti. La confessione cristiana, prima ancora che la provenienza o lo status di visitatore è, in questo contesto, un passepartout che entrambi mi invidiano.

Con l’aiuto di Muhammad ricostruisco un periodo storico per lui parecchio doloroso, quello dell’inizio degli insediamenti coloniali. Dal massacro del ’29, infatti, l’accesso ad Hebron rimase formalmente proibito agli ebrei (prima per ragioni di sicurezza, poi, dal 1948 e dalla costituzione dello Stato d’Israele, per effetto dell’Armistizio di Rodi). Almeno fino alla guerra dei sei giorni, quando agli israeliani iniziarono a riaprirsi le zone ad ovest del Giordano. Poco dopo, un piccolo gruppo di loro prenotò due camere d’albergo ad Hebron per un paio di notti. “Da lì, però, non andarono via più”, mi spiega Muhammad. Erano degli ebrei ortodossi guidati dal rabbino Moshe Levinger, che occuparono in seguito una base militare abbandonata fondando l’insediamento di Kiryat Arba. L’enclave ebraica ad est della cittadella iniziò ad espandersi pian piano fino a diventare una comunità autosufficiente, con istituzioni educative, strutture sanitarie, centri commerciali, una banca e un ufficio postale. Oggi conta quasi 10mila abitanti ed è persino comune. Per questo è considerato uno dei principali insediamenti israeliani nei territori occupati della Cisgiordania, e anche uno dei più controversi, visto che viola la Quarta Convenzione di Ginevra sul trasferimento di popolazione civile di una potenza occupante in un territorio occupato. Gli ebrei che vivono in queste aree affermano di essersi reinsediati in terre tradizionalmente ebraiche, e in edifici appartenenti da secoli alla comunità ebraica. A torto o a ragione, la confessione ultra-ortodossa dei primi insediati, e di conseguenza di quanti si sono man mano aggiunti, ha oggettivamente provocato enormi contrasti con la popolazione palestinese. Non è un caso che a Kiryat Arba risiedesse Baruch Goldstein, l’autore della seconda grande strage di Hebron.

Insieme a Muhammad accedo alla moschea dopo aver attraversato un secondo sbarramento di controllo. Qui ripercorriamo gli eventi di quel giorno. È il 25 febbraio 1994. I tappeti sono affollati da uomini in preghiera. Tutt’intorno arazzi, lampadari, figure geometriche alle pareti circondano i sepolcri di Abramo, Isacco e Giacobbe. Di presidi fissi dell’esercito in giro per la città non c’è ancora ombra, e i militari israeliani inviati dal governo a difesa dei coloni sono pochi e dislocati in tutto il centro storico. Baruch Goldstein, ebreo ortodosso di Brooklyn, medico dell’insediamento di Kiryat Arba e seguace del partito Kach del rabbino Meir Kahane, può dunque entrare nel luogo di preghiera indisturbato, imbracciando il suo mitragliatore Galil. E apre il fuoco. Quando i bossoli a terra diventano più di centodieci si contano ventinove cadaveri e centocinquanta feriti. Goldstein, dal lato destro della moschea, prova a fuggire ma trova il portone sbarrato. L’unico punto d’accesso, infatti, è quello dalla parte opposta. Chiuso in un vicolo cieco, viene assalito e ucciso. “Tra le voci che si rincorsero per i vicoli della città i soldato rimasto colpiti dalla notizia che più li riguardava personalmente: un ebreo era stato ammazzato dai musulmani dentro una moschea – dice Muhammad -. Così, quando arrivarono, nei momenti di concitazione continuarono a colpire altri palestinesi”.

Il massacro di Hebron, oltre ad essere un atto di rappresaglia, è anche un esempio di azione compiuta non solo al fine di provocare più morti possibili al nemico, ma di varcare i confini dell’atto di guerra per sfociare in quelli della geopolitica. Un atto di un mass murder all’indomani della firma degli accordi di Oslo del 13 Settembre 1993, nei quali Arafat e Rabin stabiliscono il mutuo riconoscimento di Israele e Olp, oltre che il ritiro israeliano da Gaza e Jericho.

Un’azione, dunque, allo scopo di minare un processo di pace. Pienamente riuscita. Il braccio armato di Hamās risponde con due attacchi che inaugurano la loro strategia suicida. Israele risponde intensificando i controlli, le incursioni, la difesa dei confini. Le tensioni susseguenti hanno convinto lo stato ebraico e l’Autorità Palestinese a firmare il Protocollo di Hebron, con il quale la città venne divisa in due settori: Hebron 2 (circa il 20%), sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 1, affidata al controllo dell’AP. Di fatto, la città sacra è l’unica di tutta la West Bank con una colonia al suo interno. La separazione più netta è quella che coinvolge, come detto, lo stesso santuario. I sepolcri dei patriarchi che si sviluppano in 4 metri per lunghezza sono tenuti divisi da dei pannelli di vetro antiproiettile, in modo da poter essere guardati, sfiorati e venerati direttamente da tutte e due le comunità. Pur se solo per un pezzetto.

In più, durante le festività ebraiche tutto il sito rimane chiuso ai musulmani. “Un’iniziativa del tutto simbolica, come simbolici sono i contenitori delle spoglie, che però per noi dissacra l’intera moschea”, puntualizza Muhammad, facendo riferimento al fatto che gli ebrei entrano nel santuario con le scarpe e portano il vino per i loro riti, proibito invece nell’Islam. Ma in che senso i sepolcri sono simbolici? “Sono vuoti. Il vero sepolcro è situato in una grotta 16 metri sotto terra, ed è inaccessibile [la grotta di Macpelà, appunto, Ndr]. Anche se nessuno sa se ci sia davvero”. Le testimonianze riguardo l’esatta collocazione delle salme si fermano infatti a quasi un millennio fa. Poi Muhammad, indicandomi una fessura cilindrica sul pavimento a pochi centimetri da punto in cui venne freddato Goldstein, aggiunge: “Gli israeliani sostengono di aver calato una bambina per questo pertugio fino a raggiungere la grotta. Per loro sarebbe questa una conferma della sua effettiva esistenza. Ma a te sembra possibile?” In effetti, il diametro dell’apertura, oggi ricoperta in vetro, non supera i 30 centimetri. E Dio solo sa quali condizioni si troverebbe ad affrontare una creatura chiamata a percorrerla per 16 metri. Ma l’incertezza, leggende comprese, contribuisce a rendere tanto sacra quanto paradossale la lotta per la professione della fede in questo luogo.

Fuori dal mausoleo, Muhammad insiste per offrirmi un tè in una cosiddetta “zona di nessuno” della città vecchia. Finirò con offrirlo io a lui. Attraversiamo un terzo check-point (sono sedici sparsi in tutta la città vecchia), questo con tornelli, filo spinato e controlli più stringenti da parte dell’esercito, e ci troviamo nei vicoli di uno dei suq più antichi di Hebron. In teoria sarebbe sotto il controllo palestinese, in pratica è sorvegliato dalle torrette israeliane. Lungo la strada si intravedono, furtivi e sfuggenti, alcuni dei 64 osservatori del Tiph (Temporary International Presence in Hebron), una rappresentanza internazionale assistita da 13 funzionari locali e accettata non senza polemiche da entrambi i firmatari del Protocollo di Hebron al fine di migliorare la situazione nella città. Alla formazione della Tiph concorrono Norvegia, Italia, Danimarca, Svezia, Turchia e Svizzera. Non sono poliziotti né veri e propri commissari. Non prendono parte nei contenziosi e non fiancheggiano nessuno. Osservano, e provano ad elaborare qualche miglioria. Ma non sempre ci riescono. Anzi, il primo ministro israeliano Netanyahu li ha spesso accusati di spalleggiare un po’ troppo le istanze dei palestinesi, e  gennaio 2019 ha annunciato l’espulsione dei commissari da Hebron.

Questa zona è quasi interamente coperta da reti metalliche. Le attività commerciali dei palestinesi sono in alcuni tratti sovrastate da quelle dei coloni, o dai container che fanno da punti d’osservazione per l’esercito israeliano. “Quando ci sono scontri tra loro e noi, qualsiasi soluzione vogliamo intraprendere per risolvere i contenziosi deve essere comunicata e documentata ai rappresentanti dello Stato d’Israele – dice Muhammad -. A un certo punto i coloni dall’alto hanno iniziato a buttare sassi, immondizia, qualsiasi genere di cose [che sono tuttora lì, Ndr]. Addirittura serpenti e scorpioni. Così siamo riusciti ad ottenere una rete di protezione. Allora sono passati ai liquidi, e puoi immaginare quali, ma secondo le autorità comunque questa rete a maglie larghe è sufficiente per la nostra protezione. Non conoscono le leggi della fisica”. Secondo gli abitanti di Hebron, l’obiettivo dei coloni, protetti dai soldati, sarebbe quello di rendere la vita impossibile ai palestinesi, persuadendoli ad abbandonare la città vecchia. In molti, per svariate ragioni, l’hanno già fatto, spostandosi magari di pochi chilometri fino al nucleo cittadino vero e proprio, che nella miglior tradizione araba è un insieme di mercati, piccole botteghe artigiane e tanto caos. Alcuni altri, invece, rifiutano l’idea di una nuova Nakbah (“catastrofe”), come quella che tra il 1947 e il 1949 ha costretto 750mila palestinesi ad abbandonare le proprie terre per rifugiarsi in Siria, Giordania, Libano e Gaza.

Torno indietro da Yaniv, che ci tiene a precisare di non essere un antisionista. Semplicemente, dopo essere stato ferito gravemente durante la seconda Intifada, ha avuto modo di riflettere, studiare e informarsi sul conflitto arabo-israeliano. Ha iniziato a rifiutare l’idea che la crisi non si potesse risolvere in modo pacifico e ha disapprovato il progressivo aumento degli insediamenti ad Hebron. Nella città vecchia attualmente sono quattro. Quanti bastano per rendere totalmente militarizzato quello che una volta era il centro del commercio locale. “La leva obbligatoria costringe i giovani a imbracciare le armi e a sorvegliare strade difficili come queste senza alcuna preparazione storica, politica, sociale e culturale. Guarda – mi dice, mentre mi indica una ragazza in divisa respingere in modo veemente un anziano che tenta di attraversare un posto di blocco – di queste scene ne ho vissute centinaia. Uomini, donne e bambini che cercano di accedere in dei lati della città per necessità varie e che sono costretti a cambiare strada o girare i tacchi già solo perché è impossibile capirsi.

Ai militari non insegnano certo l’arabo. Si trovano nella condizione di dover difendere i coloni anche quando esagerano, di dover effettuare perquisizioni nel cuore della notte in casa dei palestinesi solo per intimorirli, di vessare con i controlli di sicurezza anche i civili che provano ad emergere dalla povertà. Alcuni miei ex commilitoni mi raccontavano di dover far rispettare dalla sera alla mattina nuovi ordini che impedivano la circolazione di pedoni anche in strade dove fino al giorno prima potevano accedere. E di dover provare a far capire in modo velato ad anziane che andavano al mercato di provare a passare per delle allungatoie mentre avrebbero fatto finta di non vederle. Altri, accecati dal senso del dovere, si limitavano a respingere tutti in malo modo. È chiaro che anche in periodi di tranquillità possa maturare una certa ostilità reciproca”. Mentre parla, ragazzini palestinesi questuanti chiedono con insistenza qualche spicciolo, tornando poi a tirare calci al pallone a pochi metri dai militari armati.

Percorrendo Shuhada Street, la via che porta a Kiryat Arba e che dal ’94 è vietata ai palestinesi, Yaniv mi invita a notare qualche velato segno di occupazione. Davanti a una serranda abbassata, sede di una bottega locale ormai abbandonata, è stata piazzata segnaletica stradale nuova di zecca, a strisce bianche e celesti. Sul ciglio, qualcuno ha persino piantato un orticello domestico. Per garantire la sicurezza dei circa 800 abitanti degli insediamenti cittadini sono schierati altrettanti soldati, ma molti coloni hanno arruolato guardie del corpo e milizie private in aggiunta al presidio militare. Non è infrequente vedere civili armati salire in macchina con intere famiglie, bambini compresi.

Shuhada Street è un sentiero spettrale. In diversi angoli spuntano targhe commemorative di persone uccise durante l’Intifada, o in agguati estemporanei. Le morti palestinesi, invece, sono graffitate sui muri. Tutti quanti hanno avuto la possibilità di trasferirsi altrove l’hanno fatto. Altri si trovano in trappola, costretti ad entrare in casa propria, l’unica che hanno, dai tetti, dalle finestre o dalle fessure scavate nelle traverse della via principale da cui sono banditi. L’hanno ribattezzata la via dell’Apartheid. I bus verdi della compagnia israeliana Egged che coprono i 35 km di distanza da Gerusalemme sono blindati, la percorrono a velocità folle per timore di subire sassaiole o attacchi vari. Ma è un rischio ormai davvero remoto. Gli unici disposti a viverci sono rimasti i fantasmi. La maggior parte degli scontri avviene nei vicoli immediatamente intorno alla cittadella, con i check-point israeliani a fare da punti di contatto. Tra il 22 e il 25 febbraio, le marce commemorative organizzate dai palestinesi in occasione del 25esimo anniversario del massacro di Hebron hanno trasformato le strade in campi di battaglia. Gli scontri con le forze di occupazione sono tornati ad essere quotidiani, le irruzioni nelle case di ex prigionieri o potenziali simpatizzanti di Hamās si sono moltiplicate, e i proiettili di gomma israeliani hanno ferito oltre 40 persone. La città santa è ormai diventata la più maledetta del Vicino Oriente.