Da Odessa. Il drone ronza qualche decina di metri sopra la folla, sui palazzi circostanti i cecchini col volto coperto scrutano ogni angolo della piazza attraverso i mirini telescopici. La Casa dei sindacati di Odessa, nel terzo anniversario della strage che l’ha resa tristemente famosa, è circondata da centinaia di soldati e agenti delle forze speciali armati fino ai denti.

Qui, il 2 maggio 2014, i nazionalisti legati alla rivoluzione di Maidan trucidarono 48 attivisti filorussi che si erano rifugiati nell’edificio, bruciandoli vivi e ammazzando a bastonate chi tentava di scappare. O almeno questo dicono tutti gli elementi di prova disponibili, in attesa di un processo che possa trasformarli in verità giudiziaria. Tre anni dopo, le ferite che lacerano la società ucraina non accennano a rimarginarsi. La città è spaccata in due. Da un lato il dolore e la rabbia della comunità di lingua russa, che chiede verità e giustizia per un massacro ancora senza colpevoli. Dall’altro i nazionalisti ucraini, coalizzati intorno ai partiti dell’estrema destra come Pravy Sektor e uniti dall’odio per quelli che chiamano i “separatisti”, vivi o morti che siano. L’anno scorso gli uomini dell’ultradestra arrivarono addirittura a bruciare e a calpestare, in segno di disprezzo, i mazzi di fiori portati dai parenti degli uccisi. Stavolta è andata un po’ meglio ma la tensione rimane comunque altissima. Nelle ore precedenti la commemorazione la polizia dirama diversi allarmi bomba, poi rivelatisi falsi. La folla preme ai cancelli al grido di “Non perdoniamo e non dimentichiamo” e “fuori il fascismo da Odessa”.

Sotto un sole già estivo si concentrano migliaia di persone, sull’asfalto i lumini disegnano una grande croce russo-ortodossa. Il momento culminante della cerimonia è l’arrivo delle madri delle vittime, in gran parte ragazzi giovani e giovanissimi. Il pullman con le donne tuttavia tarda e l’orario fissato per l’appuntamento scorre senza se ne capisca il motivo. La polizia – ufficialmente per motivi di sicurezza – ha bloccato nel bus per oltre un’ora un manipolo di donne inermi e forti solo del proprio dolore: quel che bastava per evitare che si presentassero in tempo all’appuntamento. Un piccolo sopruso, giustificato da presunte esigenze di ordine pubblico ma comunque sufficiente a esasperare donne esauste ed umiliate. Anche una volta giunte sulla piazza di Kulikovo, però, per le madri di Odessa non c’è pace. Fra la folla che applaude in segno di solidarietà si infiltrano, come ogni anno, alcuni militanti nazionalisti con i colori dell’Ucraina ad adornare nastri e camicie. Filmano i presenti in silenzio, in una minaccia muta ed ostile. I più sfrontati si fanno sotto per sostenere che l’eccidio del 2014 sia stato un complotto ordito da Mosca. Il mare di persone urla la propria rabbia, la selva di bandiere listate a lutto ondeggia, i provocatori sono allontanati dalla polizia.

Nelle stesse ore, però, gli uomini dei servizi segreti dell’Sbu perquisiscono ed arrestano alcune persone legate a vario titolo all’opposizione al governo di Kiev. Nella lista c’è il giornalista e testimone oculare Alexander Todorov, già invitato al Parlamento europeo per esporre i risultati della propria indagine indipendente. Nel giorno dell’anniversario gli uomini dell’intelligence si sono presentati a casa sua e hanno messo a soqquadro l’appartamento. Lui stesso ci racconta che gli hanno sequestrato il disco rigido del computer. La coincidenza temporale non è un caso. Uno Stato così solerte a sorvegliare i dissidenti e così farraginoso nel trovare i colpevoli di una strage per cui sono fortemente sospettati estremisti filogovernativi difficilmente può ispirare fiducia nei propri cittadini. Di certo non ne ispira ad Andrey, pensionato sessantenne che il 2 maggio è saltato da una finestra della Casa dei Sindacati per sfuggire all’incendio. Si ruppe una gamba ma se la cavò. Chi saltò dopo di lui venne raggiunto dai nazionalisti inferociti e finito a colpi di mazza. Andrey ci mostra le cicatrici che ancora porta sul ginocchio, poi indica il davanzale del terzo piano e scuote la testa: “Le ferite più gravi – spiega – me le porto dentro”.

Reportage di Giovanni Masini