Quando parla di Shusha, la sua città in Nagorno Karabakh, Bayram Safarov si commuove. È un uomo alto e robusto di poco più di sessant’anni e, sopratutto, è il sindaco “in esilio” di Susha (città occupata nel 1992 dall’Armenia) e leader della comunità azera del Nagorno Karabakh. La voce di Safarov si flette leggermente. I suoi occhi, invece, continuano a guardarti. Fissi. Cerca di capire se riesci ad immedesimarti nel suo dramma. Nella sua sofferenza che dura da più di vent’anni.

Safarov ha dovuto abbandonare Shusha nel 1992 dopo l’avanzata militare armena. “Sono scappato portando con me solamente i vestiti che avevo addosso”, ci racconta. “La cosa più importante allora era salvare la pelle”. E così deve esser stato perché ora Shusha conta solamente 4mila abitanti, diecimila in meno rispetto a quando è iniziata la guerra. C’è chi è scappato e chi, invece, è finito sotto il tiro dei cecchini o sotto i colpi d’artiglieria.La guerra in Nagorno Karabakh procede da oltre vent’anni e il conto dei morti è destinato a salire. Yerevan e Baku si scagliano accuse l’una con l’altra. L’Azerbaijan, ci spiega Safarov, ha però dalla sua quattro risoluzioni dell’Onu che stabiliscono il “ritiro delle forze di occupazione dalle aree occupate appartenenti alla Repubblica dell’Azerbaigian”. Una partita che dovrebbe essere chiusa, quindi. Ma così non è.  

La via che l’Azerbaijan sta cercando di seguire è quella della pace e della diplomazia. Ma non sono escluse altre strade, come ci dice Safarov: “Siamo pronti a combattere per la nostra terra. Anche io, che ho più di sessant’anni, sono pronto ad andare in prima linea. Davanti a tutti. Ci sono anche giovani di 13 e 14 anni che sono pronti a combattere per il loro Paese”. L’attaccamento a Susha e al Nagorno Karabakh, che Safarov continua ostinatamente a chiamare “terra dei padri”, è fortissimo. Le accuse che muove all’Armenia sono molte e pesantissime: quella di usare i cecchini per sparare contro i civili azeri è la più tremenda.

La questione del Nagorno Karabakh, per l’Azerbaijan, non ha nulla a che fare con l’etnia, ci spiega Safarov. “Ho molti amici armeni, partecipo alle loro feste e ai loro matrimoni. Anche qui a Baku ci sono oltre 40mila armeni che vivono pacificamente con noi. Come mai? Perché qui non succede quello che succede in Nagorno Karabakh? Perché noi vogliamo la pace e conviviamo pacificamente con tutte le comunità che vivono nel nostro Paese. Quante etnie ci sono in Armenia? Una, quella armena. Yerevan non conosce il multiculturalismo”.

Qui, nel suo ufficio situato a pochi passi dall’Heydar Alyiev Center, Safarov è un esule in patria. Dal 1992 non ha più potuto tornare a Shusha, nonostante ci tenga con tutto il cuore. Lì, infatti, sono sepolti i corpi dei suoi genitori. “I miei figli non hanno mai potuto vedere la tomba dei loro nonni”. Safarov non può più portare loro nemmeno un fiore. E nemmeno i suoi nipoti, forse, potranno farlo.