(Atias, Yemen) Sotto di noi una distesa di sabbia ocra e di nere rocce vulcaniche. L’elicottero Black Hawk con le insegne saudite l’attraversa a volo radente sfiorando dune e montagne di pietra. Cento metri davanti a noi un elicottero d’assalto Apache scruta il terreno pronto a neutralizzare eventuali minacce. In compagnia del fotografo Lorenzo Meloni stiamo sorvolando il deserto yemenita, 170 chilometri a est di Saana. Quella sotto di noi è la provincia di Marib. Nonostante i pozzi petroliferi e le centrali elettriche da cui dipendono i rifornimenti energetici al resto del Paese Marib era, sino a qualche anno fa, una delle provincie più turbolente e pericolose dello Yemen. I suoi clan tribali, legati ad Al Qaeda, l’avevano trasformata in una roccaforte impenetrabile per gli occidentali. Qui nel luglio 2007 un’autobomba guidata da un attentatore suicida fece a pezzi sette turisti spagnoli spintisi a visitare le rovine di un antico tempio della Regina Saba. Qui i droni statunitense davano la caccia ai capi terroristi. Dal 2015 tutto è cambiato. Dopo la caduta di Sanaa nelle mani delle tribù Houthi l’inizio della sanguinosa guerra civile e la discesa in campo della coalizione guidata da sauditi e Emirati Arabi con il sostegno statunitense le milizie qaediste sono rientrate nei ranghi. E ora, paradossalmente, combattono con le forze appoggiate da Washington.

Così mentre sul confine orientale della provincia continuano le battaglie con gli houthi appoggiati dall’Iran nella città capoluogo di Marib il contingente militare saudita schierato nella base circostante l’aeroporto si gode un’apparente tranquillità. All’uscita della base due pick up sono in nostra attesa. Una quindicina di militari yemeniti armati di kalashnikov e appollaiati intorno alla mitragliatrice al centro dei pianali sono pronti a scortarci al fronte. Ognuno dei nostri accompagnatori nasconde nelle guance, vistosamente rigonfie, la sua dose di khat, le foglie della pianta alcaloide e stimolante alla cui ruminazione ogni yemenita dedica un paio d’ore del primo pomeriggio. “Sono le due passate è questa è l’ora del khat, ma non preoccuparti siamo abituati a fare tutto mentre lo mastichiamo… anche combattere” – spiega Rauf , il 43enne ufficiale capo della scorta incaricato di accompagnarci alle linee del fronte, sessanta chilometri più a ovest.

Lì tra le montagne che sovrastano Sirwah, una città ancora occupata dalle milizie Houti, non si è mai smesso di combattere. Più ci si avvicina ai picchi montuosi più aumentano i resti carbonizzati di carri armati e mezzi blindati abbandonati ai lati della strada. “Qui un paio di mesi fa – racconta Rauf – abbiano lanciati la nostra grande offensiva ricacciando gli houti oltre le montagne”. Nonostante i missili colpiscano ancora il suo capoluogo Marib resta una delle poche provincia in cui il governo è riuscito a riconquistare i territori perduti. Altrove la coalizione non è andata al di là dei bombardamenti aerei, spesso imprecisi e indiscriminati, causando migliaia di morti tra la popolazione civile. Malgrado nessuno lo ammetta una delle ragioni del successo è la disinvolta reintegrazione di alcune temprate milizie tribali convinte a cambiare le insegne di Al Qaeda con quelle governative . “Qui non ci sono più divisioni e fratture – si limita a dire Rauf – pensiamo solo a respingere l’Iran e i suoi amici houthi dall’altra parte della montagna”. Ma quella montagna brulla e deserta segna anche il limite della controffensiva. Man mano che si avanza Rouf e i suoi commilitoni diventano più attenti e circospetti. “Giù la testa, giù la testa!” All’urlo, lanciato in prossimità di qualche picco roccioso, i combattenti rispondono schiacciandoci sul fondo del pianale e sdraiandosi al nostro fianco. Un segno di come il controllo di questo territorio insidioso e ideale per i cecchini resti incerto. Al termine di un’impervia gola anche i fuoristrada si arrendono alla montagna. “Da qui si va a piedi, lassù vi aspetta il comandante… sarà lui a guidarvi sulla linea del fronte”. Il sentiero davanti a noi è un’erta pietrosa. Lui, il comandante generale Feisal Al Qaid, ci scruta con il binocolo da dentro un sangar, una fortificazione di roccia circolare appollaiata sulla cresta montuosa trecento metri sopra le nostre teste. Raggiungerlo significa inerpicarsi tra massi e pietrame. Ad ogni lento e faticoso passo diventa più evidente il profilo della prima linea disegnata lungo la cresta della montagna.

Qui è là spuntano un paio di vecchi carri armati T 62 trascinati non si sa come tra queste alture inaccessibili. Ancorati a cinquanta metri dalla cresta servono a bombardare il nemico sul versante opposto o a bloccare eventuali infiltrazioni dalle vallate laterali. “Benvenuti siete i primi stranieri che porto quassù, cercate di non essere gli ultimi” – esordisce sorridendo il comandante Al Qaeda – “ fate attenzione il nemico è molto vicino.” Dopo averci costretti a terra il generale ci spinge nel sangar, smuove un paio di pietre, schiude una minuscola feritoia e ci fa osservare i picchi e vallate circostanti. Il panorama è impressionante. Tra gli alberi e le case di un villaggio trecento metri più sotto si distingue una posizione houti. “Quel villaggio era nostro, ce l’hanno preso cinque giorni e ora da lì ci colpiscono a colpi di missile. Qui si combatte soprattutto la notte quando scattano le operazioni per il controllo delle cime. Qui ogni 24 ore rischi di ritrovarti circondato”. Non a caso su queste prima linea di montagna ha trovato la morte Ghalib al Zaidi, un comandante di Al Qaeda passato con il governo nel nome della guerra agli houti e agli odiati iraniani sciiti. Il vero artefice degli insondabili accordi tribali che hanno riciclato Al Qaida – trasformandola in un appendice delle forze governative e in una componente dell’apparato militare sostenuto da Washington – è Sultan Ben Alì Arada, il 59enne governatore di Marib.

Cresciuto tra le fila di una delle più potenti tribù della provincia mantiene un fruttuoso rapporto con Riad nonostante l’appartenenza all’Al Islah Party una formazione islamista legata a quella Fratellanza Musulmana che Riad vede come il fumo negli occhi. Arada sembra tutt’altro che un estremista. Dopo il rientro dalla prima linea è fra i primi a volerci incontrare per invitarci a pranzo nella sua residenza. Sorridente e disponibile esibisce una giacca di taglio occidentale sopra una candida “thobe” la lunga tunica bianca tradizionale. Al centro della cintura esibisce una preziosa jambiya, il tradizionale pugnale ricurvo con il manico di corno di rinoceronte simbolo del rango e del potere di ogni maschio yemenita. Ma se gli chiedi di Al Qaeda e delle voci secondo cui avrebbe usato i soldi dei sauditi per rimetterla nei ranghi ti guarda sorpreso. “Al Qaeda qui a Marib è solo un problema del passato – sostiene – tutto era dovuto a vecchie incomprensioni e qualche ingiustizia che spingeva all’estremismo qualche clan. Ma i problemi ora sono risolti. Riunendo le tribù siamo riusciti a liberare la nostra provincia, accogliere i profughi e curare i feriti costretti a fuggire dalle zone Houti. La nostra parte l’abbiamo fatta. L’Occidente ora deve fare la sua. Continuate ad accusare la Coalizione e i sauditi di bombardare e uccidere, ma siete ostaggi della propaganda Houti. Credete a tutto quel che dicono. Dopo i colloqui di pace dello scorso dicembre avete creduto al cessate il fuoco. Ma gli houti vi hanno imbrogliato. Continuano a bloccare il porto di Hodeida e tutti gli aiuti destinati alla popolazione civile. Perché malgrado voi gli crediate gli Houti sono fatti così, non mantengono mai la parola e non rispettano nessun accordo”.