KHANSABA – Case distrutte,  cumuli di macerie, scheletri di abitazioni  aggrappate a sentieri di montagna. E tutt’intorno l’odore nauseabondo della guerra.I cadaveri carbonizzati dei ribelli  sono  nascosti sotto un cumulo di detriti. Avevano cercato scampo dalle bombe russe,  ma l’esplosione li ha inceneriti. Poi  l’edificio è crollato sopra le loro teste seppellendoli sotto una marea di  schegge e lastre di cemento armato. Uno era riuscito a fuggire, un’altra vampata l’ha fulminato sul crinale.Adesso, a sei giorni da quell’ultimo combattimento, è ancora lì. Il corpo rattrappito, le mani alzate al cielo. Tutt’intorno a lui ci sono i soldati  siriani. Guardano quel che resta del loro nemico, di quel miliziano di Jabat Al Nusra  rimasto, assieme alle scritte sui muri, l’ultimo simbolo   della presenza alqaidista.

Il villaggio di Khansaba è caduta  meno di una settimana fa e oggi in tutto il paese è scattata la tregua, ma l’offensiva  dell’esercito  siriano  non sembra destinata a fermarsi

“In questa zona  il gruppo egemone era Jabat Al Nusra e per loro, come per lo Stato Islamico,  il cessate il fuoco non vale” – spiega  il general Wafiq  del comando di Latakya. La  città  capoluogo di questa  regione  è cinquanta chilometri più a sud. Qui invece ci troviamo a meno di trenta chilometri dalla Turchia. Siamo nel punto più avanzato  dell’offensiva che ha permesso all’esercito siriano  di riconquistare,  in meno di due mesi  gran parte dei villaggi perduti  negli ultimi tre anni di guerra. Un ruolo fondamentale l’hanno giocato ovviamente  i bombardamenti degli aerei russi  che hanno sgretolato e travolto le fortificazioni ribelli.”Senza di loro, senza la precisione dei loro apparati di puntamento  e senza la potenza delle loro bombe – ammette il generale – per noi era impossibile avanzare, soprattutto in un terreno  montagnoso come questo. Ora però siamo decisi a farla finita con Jabat Al Nusra, stiamo tagliando le loro linee di rifornimento con la Turchia alla fine dovranno decidere se ritirarsi  e tornare dai loro amici turchi o arrendersi”.

Dalle rovine del villaggio sotto  la mosche spuntano le tegole rossastre di un campanile. È quello di una piccola chiesa cristiana  infossata tra le macerie. Dentro non è rimasto più nulla. L’altare è stato raso al suolo. La croce, scolpita  sopra l’entrata, è stata scalpellata e gettata tra i detriti. Dentro, al posto delle immagini sacre,  i ribelli hanno disegnato  le mappe delle loro postazioni, segnato la disposizione  di  lanciamissili granate e mitragliatrici. “Vedi cos’avevano fatto –  spiega il generale –  l’avevano trasformata nel centro di comando  delle operazioni militari. Quella gente uccide nel nome di Dio, ma non ha alcun rispetto per le religioni degli altri”.

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