ALEPPO – La chiamano la “strada militare“. Fino a due anni fa era un solco dimenticato nel deserto. Da 26 mesi, da quando l’esercito siriano ha lanciato una disperata campagna per strapparne il tracciato all’Isis e a Jabat Al Nusra questa mulattiera – disegnata tra sabbia e rovine – è diventata l’aorta del paese, l’arteria in cui pulsa il sangue indispensabile a tener in vita Aleppo, l’antico cuore commerciale ed industriale della Siria. Senza le autocisterne piene di carburanti, senza i camion straboccanti di cibo, senza i convogli carichi di munizioni e bombe allineati lungo questi duecento chilometri di asfalto martoriato Aleppo sarebbe già morta. O, più semplicemente, sarebbe già diventata la capitale dei territori controllati da Stato Islamico, ribelli alqaidisti di Jabat Al Nusra e jihadisti.

Nel 2013 quando i ribelli tagliarono l’autostrada che da Homs sale a nord attraverso Hama ed Ebla la caduta di Aleppo sembrava cosa fatta. Invece grazie a questa mulattiera polverosa dove pullman e camion s’incrociano e si sfiorano la città è sopravvissuta, ha resistito, ha incominciato a liberarsi dal giogo dell’assedio. Ma tenerla aperta, difenderla, garantirne la sicurezza è, ancora oggi, tutt’altro che facile. “Da questa parte Daesh è a tre chilometri – spiega Kemal alzando la mano sinistra dal volante e mostrando il lato occidentale della careggiata. “Di qua invece – aggiunge ripetendo il gesto con la mano destra – Daesh è a 4 chilometri. Possono attaccarci in qualunque momento”.Le parole del nostro autista non saranno confortanti, ma sono vere. Appena oltre i ruderi dei quartieri settentrionali di Homs e l’incrocio per Hama la strada diventa un cimitero. Qui al posto delle lapidi sono allineati scheletri carbonizzati di autobus, camion e convogli militari. Ognuno ha la sua memoria di morte, ognuno il suo carico di cadaveri. E per tutti c’è sempre quell’unica semplice spiegazione di cinque lettere chiamata Daesh. “Daesh” per le lamiere contorte ed arrugginite di quell’autobus colpito da un razzo dove sono morti carbonizzati una quarantina di viaggiatori. “Daesh” per il villaggio di al-Mabouji dove sono stati massacrati 65 abitanti e rapite otto donne. “Daesh” per la cittadina di Kanasser.

Qui una settimana fa l’esercito siriano si è fatto sorprendere dalla controffensiva di uno Stato Islamico che, seppur costretto a ritirarsi dai territori a est di Aleppo, è riuscito a acquisire il controllo di questa cittadina e tagliando in due la strada. Per liberare Kanasser l’esercito siriano ha dovuto combattere furiosamente per oltre sei giorni e lasciare sul terreno 45 uomini.Alla fine, però, la situazione non è cambiata di molto. Il tracciato è stato riaperto, ma Daesh è sempre lì, ad un passo dal ciglio della strada. I posti di blocco disseminati ad ogni chilometro e sul ciglio di ogni altura rendono più complesse, ma non certo impossibile nuove incursioni. E le bare accatastate sui “pick up” e sui camion militari in viaggio nei due sensi fanno capire che la guerra qui continua divorare vite. Il perché è scritto sui cartelli stradali allineati ai lati della mulattiera. Ognuno di quei cartelli indica non solo la direzione per Aleppo, ma anche quella per Raqqa la capitale dello Stato Islamico.Al bivio fatale tra Aleppo e l’epicentro dell’orrore la distanza indicata dai cartelli diventa di soli 167 chilometri. Come dire meno di due ore di auto al regno delle bandiere nere. Un regno sempre più traballante, ma deciso più che mai a colpire quest’arteria vitale. Stretto tra l’offensiva dei curdi a nord e quella di un esercito siriano in movimento da Aleppo verso Raqqa e da Homs verso Palmira l’Isis tenta disperatamente di rompere la tenaglia che minaccia di schiacciarlo. Ma l’unica possibilità per farlo è sfondare le difese di questo tracciato tagliando i collegamenti tra Damasco ed Aleppo. Una scommessa su cui si giocano i destini di questa guerra.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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