(Damasco) Ahmad si batte il pugno sul petto, mi mostra la felpa ricoperta di macchie scure. “Lo vedi? Lo vedi? Questo è il sangue di mio nipote. Stava tornando a casa da scuola, si è fermato per comprare un regalo per la festa della mamma (in Siria si celebra il 21 marzo NdR) e quel missile lo ha tagliato in due. Sono corso in strada, l’ho preso tra le braccia, ma lui era già in paradiso”.

Siamo a Kashkoul, il quartiere popolare alla periferia est di Damasco teatro  della più sanguinosa strage di civili delle ultime settimane. Una strage costata la vita a 44 tra donne, uomini e bambini. Una strage messa a segno da quei ribelli di Ghouta  che l’Europa per anni ha dipinto come le uniche vittime del conflitto siriano dimenticando e  ignorando morti e feriti di Damasco e delle altre zone controllate dal governo.

Ma stavolta ignorare  i caduti di Kashkoul sarebbe troppo anche per la cattiva coscienza di chi  dal 2011 ad oggi ha  deliberatamente preso le parti  dei gruppi jihadisti auspicando la caduta del presidente Bashar al Assad.  Stavolta  il  macellaio, come andava di moda chiamarlo, non è certo Assad. Una volta di più siamo di fronte ad una carneficina  messa a segno da quei ribelli che troppe volte e con troppa superficialità sono stati descritti come portatori di libertà e democrazia.

“Altro che libertà, qui hanno portato solo morte e distruzione. A me hanno rapito e ucciso un figlio e ora guarda cos’hanno  fatto… qui non ci sono militari, qui non ci sono gli uomini di Bashar al Assad,  qui c’è solo della povera gente come me…   ma a  loro non interessa – ulula una donna – loro alla vigilia della festa della mamma, una delle feste più sentite qui in Siria,   hanno lanciato un missile in un mercato affollato di bambini. Non sono semplicemente dei terroristi sono delle creature  disumane”.

Tra i bimbi falcidiati da quel missile  c’era anche Garand. Aveva otto anni era cristiano, era arrivato in Siria con la madre per fuggire dalla guerra che dilania il Sud Sudan. Il suo corpicino straziato adesso riposa in una bara  bianca posata davanti all’altare della chiesa del Memoriale di San Paolo.

Il convento cristiano eretto per ricordare  la conversione di San Paolo dista meno di due chilometri dal luogo della strage.  Padre Fazi Azad,  un francescano arrivato dalla chiesa del quartiere di Kashkoul recita  messa, guarda commosso quel feretro candido sospeso in una navata affollata dai volti scuri  e turbati della comunità cristiana sudanese.

“Lui aveva solo otto anni ed era il più giovane di sei fratelli. Era un nostro chierichetto, veniva in chiesa ogni domenica. Ieri stava tornando a casa da scuola quando quel missile lo ha falciato. Conoscevo bene sua madre. Aveva deciso di portarlo  qui assieme ai suoi  fratelli per metterli al sicuro. Sognava di crescerli lontani  dalla guerra che dilania il loro paese  e fa dei cristiani un popolo di perseguitati. Invece guerra e persecuzione hanno inseguito quel povero bimbo fin qui”.

Madre Yole Girges, una suora originaria di quella provincia di Idlib sottomessa da anni agli arbitri e alle nefandezze  dei ribelli islamisti guarda quel piccolo feretro e trattiene a stento le lacrime. “Povera creatura, era un bimbo innocente. Che colpa aveva per venir ucciso così? Sicuramente nessuna, ma agli uomini cattivi di Ghouta poco importa. Per loro la vita dei bambini non conta nulla. Per loro non c’è nulla di sacro. Spero solo che davanti a tanto dolore, davanti a tanta crudeltà, il mondo e l’Europa capiscano finalmente chi sono i ribelli e si rendano conto di  quanti errori hanno commesso negli ultimi anni”.

Reportage di Gian Micalessin