Macerie che nessuno ripara. Vite spezzate nel Libano della tregua

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Joud non tornerà a casa, la sua vita è stata ridotta ad un cumulo di detriti e nessun cessate il fuoco gli ridarà mai più i suoi ricordi. Neanche Gaelle, Charbel e Gabriel, avranno mai più indietro la madre e il padre, seppelliti dalle macerie. Neppure Hassan Badawi guiderà mai più un’ambulanza, ucciso mentre stava andando a soccorrere dei feriti. Così come il collega Yousef Assaf.

Bombardamenti in zone residenziali di Beirut (foto di Stefano Stranges)

In meno di due mesi Israele ha ucciso più di duemila persone in Libano, di loro più di 160 sono bambini, più di 50 i soccorritori e almeno sette i giornalisti. 

Beirut si risveglia senza droni, ancora piegata dal dolore, lacerata e impregnata del sangue dei martiri, mentre altrove, qualcuno, decide che forse – per adesso – è abbastanza.

Siamo stati in Libano, nei giorni dei più violenti massacri israeliani dall’inizio di questa nuova escalation, appena prima che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu accettasse i colloqui diretti con il presidente libanese Joseph Aoun, che li aveva più volte richiesti nelle scorse settimane.

Dopo trent’anni il Libano sembra non avere altra scelta che ricominciare a parlare con il nemico storico, responsabile di numerosi massacri nel Paese dei Cedri ma sopratutto del genocidio dei vicini gazawi. 

Il cessate il fuoco ha il sapore amaro della sconfitta per chi ha perso tutto. Non c’è conforto per le migliaia di persone accampate lungo la costa, nelle scuole o negli alberghi convertiti in centri d’accoglienza, né per chi vede nei negoziati solo un’insidia politica. Tanto che, a pochi giorni dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, Israele ha introdotto una “linea gialla” nel sud del Libano. Un’area tracciata unilateralmente dall’IDF secondo il modello già adottato a Gaza, che delimita una zona in cui qualsiasi presenza ritenuta ostile può essere colpita, secondo il modello già adottato a Gaza.

Il cessate il fuoco non cancella il trauma di una popolazione civile ridotta a vivere in condizioni estremamente precarie tra le strade di Beirut. Esiste, infatti, una frattura profonda tra la diplomazia ufficiale e la percezione di una parte della popolazione, dove il termine “normalizzazione” è sinonimo di resa territoriale. D’altronde nel 2024 l’esercito israeliano ha occupato più territorio durante i mesi del cessate il fuoco che in quelli di guerra. “Preferisco rischiare la vita piuttosto che vedere la mia terra occupata”, spiega una ragazza, convinta che ogni apertura diplomatica con Israele sia in realtà una trappola volta a consolidare il dominio militare nella zona di confine.

Siamo in piazza, in una delle manifestazioni pro Hezbollah e contro i negoziati diretti tra Libano e Israele, esplose all’indomani del massacro dell’otto aprile 2026. 

Tra l’ombra della Moschea Mohammad Al Amin e i palazzi istituzionali, il volto di Beirut è cambiato. Dietro la moschea, i vecchi negozi lungo la strada sono diventati l’ultima casa per mille persone. Dove un tempo c’erano vetrine e commercio, ora ci sono saracinesche chiuse che nascondono tende e giacigli di fortuna, rifugio di chi è dovuto scappare dai bombardamenti del Sud e dai sobborghi di Dahiyeh, dove opera il partito-milizia Hezbollah.

Rifugio per una famiglia di sfollati, all’interno di uno spazio commerciale in una delle piazze centrali di Beirut. Foto: Stefano Stranges

“Siamo scappati qui il primo giorno di guerra. La vita in tenda è accettabile, ma non si può dire che sia dignitosa: manca l’acqua, tutto è precario e i bagni chimici sono in comune per centinaia di persone”, racconta Mariam, 18 anni, originaria di Kaunin ma residente nella periferia sud di Beirut prima dell’escalation. “Cerco di seguire la scuola online, mentre dividiamo lo spazio in otto sotto un unico telo, anche se siamo solo in cinque in famiglia. Un anno fa non avrei mai immaginato nulla di simile; questa guerra è diversa, è più lunga, non finisce mai. Al sud la mia casa è già un cumulo di macerie, quella di Dahiyeh ancora resiste. Se Dio vuole, torneremo”, continua.

Ma Israele l’ha detto chiaramente: “A sud le operazioni di terra non sono ancora finite”, invitando la popolazione a non tornare al di sotto del fiume Litani. D’altronde, molti, un posto dove tornare non ce l’hanno più.

Rifugio per una famiglia di sfollati, all’interno di uno spazio commerciale in una delle piazze centrali di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Tra le saracinesche abbassate del centro, la solidarietà non si ferma. Adam, un volontario che assiste i circa mille sfollati (tra cui almeno duecento bambini) accampati qui, spiega come lo spazio urbano sia stato riadattato: “Abbiamo trasformato i negozi chiusi in rifugi. Ogni locale ora ospita una famiglia, dalle otto alle dieci persone per vetrina”.

C’è chi, pur avendo perso tutto, ha deciso di non smettere di dare. È il caso di Rudaina, un’insegnante fuggita da Dahiyeh che oggi vive in una tenda proprio accanto a quella che è stata improvvisata come aula scolastica per i bambini del campo. La sua missione è chiara: garantire un briciolo di normalità ai più piccoli, affinché il loro futuro non venga sepolto dalle macerie insieme alle case.

Sfollati lungo la Corniche di Beirut. Foto: Stefano Stranges
Una famiglia di sfollati lungo la Corniche di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Circa un residente su cinque in tutto il Paese è stato costretto ad evacuare dalle regioni del Sud, dalla valle della Bekaa e dai sobborghi meridionali della capitale nell’ultimo mese e mezzo, in totale in Libano si contano più di un milione di sfollati.

Al 30 marzo 2026, il numero di sfollati registrati tramite i portali governativi era di 1.049.328. Di loro più di 390.000 sono bambini. 

Mahmood è scappato dalla Bekaa e sta seduto fuori dalla sua tenda con due dei suoi quattro figli. Siamo all’interno dello stadio, trasformato in un enorme centro d’accoglienza coordinato dalla Croce Rossa. Nella tenda di Mahmood vivono stipate nove persone: tra loro ci sono quattro bambini e Leyla, che insieme al marito cerca di mantenere per i suoi figli una parvenza di quotidianità. L’assistenza di base, dal cibo ai beni di prima necessità, arriva grazie allo sforzo congiunto della Croce Rossa, dell’Unicef e dell’esercito libanese, che presidiano la struttura per garantire che nessuno venga lasciato indietro.

Mahmood rifugiato con la famiglia all’interno dello stadio di Beirut. Foto: Stefano Stranges
Il figlio di Mahmood, rifugiato con la famiglia all’interno dello stadio di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Poco lontano c’è Rim. È arrivata da Habbush, nel Sud del Libano, circa un mese e mezzo fa insieme a suo marito. Per loro non c’è più una terra in  cui tornare: la loro casa è stata rasa  al suolo dai bombardamenti israeliani.

Rifugiati all’interno dello stadio di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Sulla strada per Shatila, uno dei campi profughi palestinesi di Beirut, quello che un tempo era un vivace istituto tecnico, punto di riferimento per studenti provenienti da tutto il Libano, è stato trasformato per la seconda volta in un rifugio d’emergenza. Mohammad Sakr direttore della scuola dorme qui, su una brandina nel suo ufficio.

Mohammad Sakr direttore della scuola adattata a campo rifugiati alle porte di Shatila. Foto: Stefano Stranges

In questo complesso di cinque edifici sono ospitate 330 famiglie, mentre le aule restano vuote e le lezioni si sono spostate nel precario spazio dell’online. Ma la crisi non è solo educativa: è una crisi di risorse.

Sfollati all’interno di una scuola alle porte di Shatila, Beirut. Foto: Stefano Stranges

“Riceviamo cibo e coperte, ma mancano latte e medicinali”, spiega Sakr. Il governo copre solo il 40% delle spese necessarie per supportare gli sfollati in questa scuola, il resto dipende dalle associazioni. I fondi internazionali, però, sono stati prosciugati: tra il disimpegno di USAid e il ritiro dei finanziamenti degli Emirati, causato dalle tensioni politiche con Hezbollah, i progetti di ristrutturazione del complesso sono evaporati proprio quando ce n’era più bisogno. Tra i corridoi dell’istituto, Lia, 16 anni, si prende cura dei suoi quattro fratelli più piccoli sotto lo sguardo stanco ma risoluto della madre Rana. Rana è già stata evacuata nel 2024, ma questa volta la guerra la sente più “pesante”.

Sfollati all’interno di una scuola alle porte di Shatila, Beirut. Foto: Stefano Stranges
Sfollati all’interno di una scuola alle porte di Shatila, Beirut. Foto: Stefano Stranges

“La nostra casa è ancora in piedi, seppur danneggiata, e torneremo non appena la guerra finirà del tutto”, dice con una serietà che non ammette repliche. Lia non può più andare a scuola, il suo istituto è stato bombardato e distrutto. “Non occuperanno il meridione, resisteremo”, afferma con fermezza la giovane donna, “noi siamo con la Resistenza”. Accanto a loro c’è Halima, 37 anni, la cui storia familiare affonda le radici a Gaza. Per lei, il piano è chiaro e terrificante: “Vogliono replicare in Libano qui quello che hanno fatto nella Striscia”.

Sulla costa, nella più grande tendopoli di Beirut, vivono circa 1500 famiglie. Iman, un’insegnante fuggita da Dahiyeh, descrive l’umiliazione di dover condividere un unico bagno tra uomini e donne, lontano dalle tende, rendendo gesti quotidiani come il ciclo mestruale una sfida insormontabile.

Ahmed e Alek inisieme ad un piccolo amico, rifugiati lungo le strade di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Il freddo morde, e la piccola Saudam, di soli quattro mesi, trema costantemente. Suo fratello Mahdi, di due anni, sussulta a ogni rumore, ancora terrorizzato dai bombardamenti che fino a qualche giorno piegavano la città. 

“Avevano proposto di mandarci a Tripoli, ma è troppo lontano, non possiamo andare via”, spiega Iman mentre scalda un po’ di cibo su un fuoco improvvisato.

Rifugiati lungo le strade di Beirut. Foto: Stefano Stranges

Durante il Ramadan la solidarietà era immensa, ma ora i soldi scarseggiano e i pasti caldi sono diventati rari. Per i nipoti di Iman, Ahmed e Alek, rispettivamente di 13 e 14 anni, il desiderio è uno solo, sussurrato con nostalgia: “Tornare a casa”. Eppure c’è chi, oggi, è finalmente rientrato a casa, approfittando di questi fragili dieci giorni di tregua, con il sogno che siano duraturi. 

Centinaia di persone si sono riversate in una Nabatiye distrutta, per vedere se la propria casa era ancora in piedi, per cercare tra i detriti, per riconoscere le proprie memorie.

Intanto nella capitale cresce il malcontento soprattutto della borghesia maronita nei confronti degli sfollati sciiti. Tensioni settarie mai del tutto guarite dalla guerra civile ad oggi, ma esasperate da Israele nelle settimane precedenti il cessate il fuoco.  

Nel villaggio cristiano di Ain Saadeh, Israele ha bombardato una palazzina uccidendo tre persone: Pierre Mouawad, esponente di rilievo del Partito delle Forze Libanesi, sua moglie e la vicina di casa. Foto: Stefano Stranges

Più volte lo Stato Ebraico ha bombardato luoghi cristiani, arrivando ad uccidere un esponente di rilievo del Partito delle Forze Libanesi, da sempre profondamente anti Hezbollah.

Le bare di Pierre Mouawad, esponente di rilievo del Partito delle Forze Libanesi e sua moglie, durante la processione prima del funerale. Foto: Stefano Stranges

La motivazione è sempre la stessa: “Un target si nascondeva nell’edificio”. 
L’otto aprile in soli dieci minuti sono stati lanciati 160 missili, diretti anche in zone centralissime di Beirut. Più di trecento sono state le vittime, un terzo donne e bambini colpiti senza nessun ordine di evacuazione. Una delle stragi peggiori nella storia del Paese dei Cedri. 

Un’area residenziale bombardata. Foto: Stefano Stranges

Nessuno sa se la tregua durerà o meno, se davvero un accordo verrà trovato, ciò che è certo è che il Libano di oggi non sarà mai più quello che era ieri. 

“Vogliamo vivere”, commenta Joud, per cui la vita oggi vale più della terra, “vogliamo la pace, costi quel che costi”.


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