La geopolitica della corsa allo spazio
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Lysychansk. La possente colonna di fumo nero come la pece invade il cielo e la noti chilometri prima di arrivarci troppo vicino. Il percorso è obbligato, lungo un budello mezzo sterrato e pieno di buche sotto il tiro dei russi. La strada per l’inferno che porta da Bakmut a Lysychansk, la città gemella di Severodonetsk, sotto pesante attacco e semi assediate.

L’unica via di fuga e per i rifornimenti sono 53 chilometri di paura in mezzo ai campi e con i russi ai fianchi che cercano di chiudere la sacca a cannonate. L’unica «copertura», alberi e arbusti lungo la strada dove incroci carri armati ucraini perfettamente mimetizzati pronti a dare battaglia.

La strada per l’inferno è percorsa solo da soldati sui blindati, camion e soprattutto macchine più comuni possibile per non farsi individuare dai droni russi. E coraggiosi volontari, come padre Oleg Ladnyuk, cappellano militare dei salesiani, che ha preso i voti in Italia dove ha vissuto per otto anni fra Torino, Pinerolo e Brescia. «Portiamo aiuti, viveri, generi di prima necessità ed evacuiamo i civili» spiega al volante del furgone con una croce gialla sul cofano. Quando si infila il giubbotto antiproiettile, di malavoglia, mi fa vedere quella in legno di Don Bosco che porta sempre al collo: «È questa che mi protegge e mi ha salvato da tante granate cadute troppo vicino».

Sergiy Gaidai, governatore della regione di Lugansk, ha dichiarato ieri che gli attacchi russi stanno provocando la «distruzione catastrofica» di Lysychansk. Quando la strada per l’inferno corre parallela alla colona di fumo nero lo vediamo in diretta a poche centinaia di metri. Nuove esplosioni si susseguono sollevando sbuffi bianchi. Una colonna di blindati ci supera a tutta velocità sollevando un polverone che fa da schermo. E si tuffa in battaglia nella zona industriale di Lysychansk.

La città è morta: palazzi sfregiati dalle granate, il grande supermercato del centro incenerito e carcasse di automobili bruciate utilizzate come sbarramenti in mezzo alle strade. I pochi civili in giro vanno di corsa, con i bottiglioni di plastica, alla ricerca disperata dell’acqua. Il primo centro di distribuzioni viveri e aiuti è stato polverizzato dai missili russi. Quello nuovo si trova in una località segreta. Natalia, croce al collo, racconta «che un’anziana è morta di fame» mentre consegna una pagnotta e altri generi alimentari a un vecchietto. La città gemella di Severeodonetsk è sotto di noi avvolta nel fumo nero dei bombardamenti. Guai a farsi vedere nei punti panoramici, che dominano il centro urbano quasi caduto nella mani dei russi. Un volontario con la giubba della Croce rossa non lascia speranze: «I cecchini ti inchiodano». Dall’ultima ridotta ucraina a Severodonetsk, l’impianto di Azot, sarebbero fuggiti una ventina di civili accolti dalla grancassa propagandistica dei separatisti. Le autorità della repubblichetta di Donetsk ha pure annunciato, che i due americani catturati in battaglia, Alexander Drueke e Andy Huynh, sono nelle loro mani.

Padre Gregory, anche lui salesiano aggregato alla missione di aiuti, ammette che «quando portiamo i viveri alla gente nei rifugi c’è chi da la colpa all’esercito ucraino per la guerra a Lysychansk». Padre Oleg si lancia con il suo pulmino verso il fumo nero dei bombardamenti per evacuare Irina, 76 anni, che una volta in salvo scoppia a piangere e ripete sotto shock «bombe, bombe».

Un incubo che non finisce mai. Il salesiano ha recuperato pure quattro soldati feriti da portare con urgenza all’ospedale di Kramatorsk. Non dicono nulla, ma le bende e i volti stravolti parlano da soli. Sempre a tavoletta usciamo da Lysychansk assediata da tre lati. Agli angoli delle strade principali i militari ucraini scavano le trincee per la resistenza ad oltranza.

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