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Qualche maligno tra i russi che criticano l’operato di Vladimir Putin sostiene nei territori controllati dell’Ucraina la segnaletica venga prima del ripristino dell’acqua corrente e dell’elettricità. In parte è vero, ma prima di tutto perché la segnaletica è ben più facile da emendare, e secondo perché quello in Ucraina è un conflitto basato sulle identità. Non è un caso che la città di Melitopol, nell’Oblast di Zaporizhzhia, sia tappezzata di avvisi che parlano di “200 anni di orgoglio taurida”.

Un nome che ai più non dirà molto ma, per farla breve, basti pensare che l’urlo popolare patriottico “la Crimea è Russia” non sta più in piedi da solo senza che venga ricompresa tra le “terre irredente” di Mosca anche buona parte dell’Ucraina meridionale. La Crimea, insomma, annessa alla Federazione russa nel 2014, non è Crimea e basta, è Taurida.

L’idea di rinominare la Crimea era stata avanzata per la prima volta dal roboante nazionalista Vladimir Zhirinovsky, che aveva previsto l’inizio dell’offensiva in Ucraina e che è scomparso ai primi di aprile. In un’intervista rilasciata al sito LifeNews già nel gennaio 2015 fece notare che il nome greco originario della penisola era Taurida, poi cambiato nel turco Crimea. Sergei Tsekov, che rappresenta tuttora la Crimea nel Consiglio della Federazione, la camera alta del parlamento russo, disse che l’idea meritava di essere presa in seria considerazione, seppur senza “accanimento”, visto che dopo il passaggio di mano della penisola il clima era ancora rovente.

L’idea si basa sulle origini degli antichi insediamenti greci lungo la costa della Crimea nel VI e VII secolo e chiamarono la regione Taurica dal nome del popolo dei Tauri che la abitava. La penisola passò poi di mano diverse volte, cadendo sotto il Khanato di Crimea, uno stato vassallo turco-mongolo dell’Impero Ottomano dal 1441 al 1783, quando fu annessa dall’Impero russo sotto Caterina la Grande. Nel caos che seguì la rivoluzione bolscevica del 1917 e la successiva guerra civile in Russia, il governo di etnia tatara della penisola istituì per breve tempo la Repubblica Popolare di Crimea il 13 dicembre 1917, ma fu invasa dai bolscevichi nel gennaio 1918 e passò più volte di mano tra le forze rosse e bianche durante la guerra civile.

La penisola fu infine incorporata nell’Unione Sovietica come Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Crimea nel 1921. Ma a ben guardare, i confini di quello che nella Russia imperiale fu l’Oblast di Taurida sono quasi perfettamente sovrapponibili all’attuale linea di contatto del fronte ucraino meridionale. Il triangolo Kherson, Enerhodar e Berdyansk sul Mar Nero è esattamente ciò che era la Taurida di allora.

Dalla formazione di un’identità che possa far percepire ai residenti locali i russi come “liberatori” passa la quasi totalità della strategia del Cremlino di tenere a bada sentimenti antirussi nei territori controllati, anche in vista di ciò che dovrebbe accadere a settembre: un referendum popolare proprio in stile “Crimea 2014” per riconoscere le regioni come parte della Federazione russa. Dal punto di vista sia infrastrutturale che di quella che a Mosca ritengono essere “sicurezza nazionale”, la Crimea senza l’Ucraina meridionale è “monca”: il principale acquedotto che porta acqua nella penisola, ad esempio, passa da lì, e con le nuove armi a disposizione dell’esercito di Kiev la Crimea è sempre più sotto tiro. Per questo la Russia sta cercando di mettere le tende.

Da circa un mese a Melitopol, nel principale ufficio amministrativo della città, i russi rilasciano già i passaporti a chi ne fa richiesta. Quando alcuni giornalisti internazionali si avvicinano alle persone in fila, si dileguano in molti, per non comparire in foto o video che possano rischiare di rendere difficile la vita ai propri parenti o conoscenti che vivono nelle altre regioni dell’Ucraina. Ma secondo Yevgeny Balitsky, capo dell’amministrazione militare-civile filo-russa della regione di Zaporizhzhia, il passaporto russo è già stato richiesto da “migliaia” di persone e al momento se ne rilasciano circa 20-30 unità al giorno. La parete con la lista d’attesa appena all’esterno è lunga una decina di pagine.

Tutto è iniziato da quando a inizio giugno Putin ha emanato un decreto che semplifica la concessione della cittadinanza russa anche a chi vive nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia. In precedenza la procedura semplificata si applicava solo alle persone che vivevano nelle repubbliche del Donbass, e l’11 luglio Putin ha modificato ancora il decreto precedente e ha esteso la possibilità di ottenere la cittadinanza russa in modo semplificato a tutti i cittadini ucraini. Un pro forma, visto che al di là della linea del fronte non lo richiederà mai nessuno.

Ma in Ucraina meridionale la procedura prosegue, proprio in attesa della data del referendum. L’idea sarebbe di svolgerli in contemporanea sia a Melitopol (il capoluogo dell’Oblast, la città di Zaporizhzhia, è sotto il controllo dell’Ucraina) che a Kherson, dove però la situazione è ancor più delicata. Intanto a Melitopol si vive una sorta di doppio binario, con i servizi pagati in rubli ma senza restrizioni all’uso delle grivne ucraine specie per l’erogazione degli stipendi privati, e con il nuovo corso che partirà dalle scuole: ne verranno costruite 400 entro il primo settembre. Balitsky assicura che saranno previsti corsi anche in lingua ucraina.

Per Kiev si tratta di politiche illegali e sta provando a sollevare un clima di rivolta invitando la popolazione a evacuare le regioni perché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia “temporaneamente catturate” dovrebbero essere oggetto di una grande controffensiva. Il governo ucraino ha smentito le dichiarazioni circa il rafforzamento delle linee con “milioni di soldati” reclutati per la riconquista, ma effettivamente in queste settimane la battaglia è tornata ad essere feroce sia a Kherson che a Mykolaiv. Gli ucraini stanno colpendo il ponte Antonovskyy con artiglieria Nato, per rendere più difficili gli spostamenti di uomini e mezzi verso il fronte da parte dei russi (che però usano anche i ponti ferroviari). A Mykolaiv, invece, Mosca prosegue con gli attacchi verso i depositi di armamenti e i siti di stoccaggio di carburante.

L’Ucraina spera che questo rinnovato spirito combattivo nel sud e gli arrivi di altre armi dall’Occidente (promessi tra le altre cose 4 nuovi lanciarazzi multipli Himars e 6 SAMs britannici Stormer HVMs) possano portare anche alla crescita delle formazioni partigiane che operano nella zona. Le milizie proprio a Kherson e Melitopol si sono rese già rese protagoniste di varie azioni contro i russi. Secondo Volodymyr Zhemchugov, forse il partigiano ucraino più famoso con più di 30 operazioni riuscite alle spalle per far saltare in aria ponti, auto e binari ferroviari, già 250 persone sarebbero state arrestate con l’accusa di sabotaggio. A riprova dell’imponente sottobosco dal punto di vista numerico. Nemmeno Balitsky, infatti, si nasconde, e ammette che almeno 3 ponti e 15 veicoli sarebbero stati fatti saltare in aria dai sabotatori.

Sulla sua testa i ribelli hanno fissato una taglia da 10mila dollari. Anche nella città portuale di Berdyansk capita che i carichi di merce russa vengano dati alle fiamme, mentre la grande centrale nucleare di Enerhodar è stata attaccata con droni kamikaze. Le milizie sono formate principalmente da un mix di ex membri dell’esercito ucraino e cittadini comuni che proseguono il reclutamento anche attraverso il web, tramite un sito chiamato “Centro di resistenza nazionale”. Il portale fornisce diverse guide: come usare una VPN per stabilire una comunicazione aggirando i blocchi dei siti e la sorveglianza, cosa fare se si avvista un drone russo, come costruire granate fumogene in casa o maneggiare piccole armi da fuoco e persino come riuscire a rubare un carro armato. L’epicentro della battaglia si sta pian piano spostando dall’Ucraina orientale a quella meridionale. Per Kiev riuscire a mostrare all’Occidente di avere ancora la possibilità di effettuare controffensive sarà vitale per riuscire a mantenere alto il livello di supporto.

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