Il campo di Khazir, a metà strada fra Mosul ed Erbil, capitale della Regione Autonoma del Kurdistan, ha cominciato a riempirsi sin dai primi giorni dell’offensiva sulla seconda città più grande d’Iraq, partita proprio da est. Con l’ingresso delle forze irachene, un quartiere dopo l’altro, le famiglie hanno cominciato a spostarsi, portandosi dietro poche cose; solo in alcuni casi si sono mossi in auto, sventolando la bandiera bianca per passare ai check point dell’esercito. Tanti altri sono stati evacuati con i camion, o si sono mossi a piedi, percorrendo chilometri nella speranza di raggiungere una zona sicura.

Khazir è gestito dai peshmerga, i soldati curdi, che insieme alla polizia provvedono ai controlli all’ingresso. Una paura diffusa, e non del tutto priva di fondamento, anche fra gli stessi sfollati, è che in mezzo ai civili possa nascondersi qualche ex combattente o fiancheggiatore dello Stato Islamico. È per questo che ogni borsa, valigia, pentola, coperta viene passata al setaccio, mentre si perquisiscono le persone.Tante donne qui hanno lasciato il niqab ed entrano a volto scoperto, come facevano prima. Sulla recinzione ogni giorno ne restano a decine, drappi neri abbandonati che ricoprono in parte la rete metallica.

Nel campo si racconta di due anni di regole imposte alla gente ma mai rispettate dai miliziani: costrizioni nell’abbigliamento, nelle comunicazioni, nella preghiera, ma soprattutto continue richieste di denaro. Una giovane madre di tre bimbi, ricorda quando ha deciso che era arrivato il momento di scappare: “Ho visto i soldati iracheni e ho capito che potevamo essere salvi. Non abbiamo portato nulla con noi perché non c’era tempo. E poi speriamo che a breve sia tutto finito e si possa tornare a casa. Perché se è vero che ora siamo al sicuro, non possiamo pensare ad una vita senza nulla, da sfollati”. Anche una bambina, 12 anni, racconta che ha perso un anno di scuola, e che quando è tornata a frequentare ha trovato grandi cambiamenti: “I programmi non erano più gli stessi, si insegnavano materie militari, le bambine in una classe, i bambini nell’altra, sempre separati, anche se nella stessa scuola. E ogni giorno ci ripetevano che non dovevamo fidarci di nessuno. Erano molto duri con noi.”

Ci sono persone che nel campo hanno trovato familiari e amici che non vedevano dal 2014, e che ora possono finalmente riabbracciare. Alcuni di loro riuscivano a sentirsi al telefono, ma le comunicazioni erano pericolose perché ufficialmente era vietato avere un cellulare. Quindi bisognava fare molta attenzione. Altri invece non erano più riusciti ad avere notizie, e avevano continuato a sperare che fossero tutti vivi senza averne la certezza.

Nonostante la gioia di essere finalmente al sicuro, la vita nel campo è tutt’altro che semplice, soprattutto per gli anziani, le persone con disabilità, i bambini, anche se i servizi minimi vengono garantiti: una tenda per famiglia, servizi igienici che non bastano mai, provviste di riso, olio e verdure offerti da fondazioni e ong locali.E poi restano le incognite per il futuro: quando Mosul sarà libera finirà davvero la guerra? Basterà riconquistare la città e sottrarla al controllo dello Stato Islamico per vivere in pace?