(Tripoli)  “L’offensiva del ribelle Haftar è fallita al 100%”, garantisce il comandante libico di un travolgente contrattacco, che ha rimandato indietro le forze dell’uomo forte della Cirenaica quasi fino a Garyan, roccaforte fra le montagne. Fisico asciutto, barbone brizzolato, lungo e ben curato preferisce non venire citato per nome. In mimetica da deserto non finisce la frase che nell’aria si sente il ronzio fastidioso dei caccia. “Tairan“, aerei, urlano i combattenti governativi e l’incrocio si svuota in un attimo. Per fortuna la bombetta viene sganciata qualche chilometro più in là, alle nostre spalle, provocando un misero cratere nell’asfalto.

All’orizzonte le montagne di Garyan si vedono bene, a meno di 10 chilometri. Il comandante Musa alla guida di un fuoristrada blindato ci porta a ridosso della terra di nessuno sulla strada disseminata di bossoli e detriti, che dimostra la furia della battaglia del giorno prima. Le forze governative hanno spinto indietro le truppe del generale Haftar riconquistando Aziziya, oltre 30 chilometri a sud di Tripoli. “La vedi quella collinetta con le antenne? Un carro armato nemico ci ha martellato per tre ore fino a quando non siamo riusciti a sloggiarlo”, spiega il corpulento Musa con il bagagliaio zeppo di armi e munizioni.

Sul terreno suona lontana la proposta franco-italiana di cessate il fuoco scaturita da un incontro a Roma fra i ministri degli Esteri Yves Le Drian e il nostro Enzo Moavero Milanesi.

Il mercato di Aziziya è ridotto a pezzi dalla battaglia, alcune case sono sventrate e le strade deserte. Il più classico scenario di guerra senza quartiere. I governativi con le mitragliatrice antiaeree montate sul cassone dei fuoristrada si mimetizzano sotto gli alberi disperdendosi il più possibile per evitare i bombardamenti e i temibili missili Grad.

In un pronto soccorso avanzato un combattente con una benda su un occhio e ferito a un dito viene medicato. Ogni tanto si lamenta, ma gli è andata bene.

Sul lato destro della strada che porta a Garyan c’è una lunga serie di edifici giallognoli tutti uguali, in stile socialista. Li chiamano “cinesi” perché costruiti con i soldi di Pechino. “In questa palazzine erano annidati i cecchini, che hanno cercato di rallentare il nostro attacco, ma in un solo giorno siamo avanzati di 15 chilometri”, spiega il comandante Musa. Incurante del pericolo vuole farci vedere la base della quarta brigata perduta e ripresa più volte. L’ingresso è mezzo sventrato e dentro domina la desolazione fra macerie e tappeti di bossoli. “Giornalista, svelto, perché bombardano di continuo”, urla l’ufficiale della Forza nazionale di mobilità.

Su questo fronte ha combattuto anche Abd al Rahman Mila detto Bija. Ex ufficiale della Guardia costiera libica molto discusso per le accuse di collusione con i trafficanti di uomini che mandavano i migranti in Italia e finito anche nel mirino delle Nazioni Unite. Ieri è apparso sui social un suo video in cui si rivolge ad Haftar, senza mai citarlo per nome, dicendo “va’ via, vattene via”.

La prossima settimana francesi e italiani si ritroveranno per mettere a punto una via di uscita, ma in prima linea si preparano nuove battaglie. La telefonata del presidente Donald Trump al generale Haftar del 15 aprile fa infuriare i governativi. La Casa Bianca spiega che Trump ha “riconosciuto il ruolo significativo di Haftar nella lotta al terrorismo e nel proteggere le risorse di petrolio libiche. I due hanno discusso una visione condivisa per la transizione della Libia verso un sistema politico stabile, democratico e politico”.

Un carro armato abbandonato dell’Esercito nazionale libico di Haftar ha ancora del sangue sulla corazza davanti. I combattenti governativi si avvicinano mostrando l’orribile foto di un cadavere sullo stesso tank. Il poveretto di Misurata era stato catturato e legato come uno scudo umano sulla corazza.

Sui numeri delle vittime della vampata di guerra civile c’è molta disinformazione. Le cifre ufficiali indicano meno di 200 morti, compresi alcuni bambini e 700 feriti.

Nella piazza ribattezzata dei Martiri nel centro di Tripoli, dove il colonnello Gheddafi incitava le folle, sono arrivate dopo la preghiera della sera 5mila persone. Una manifestazione indetta dal governo con tanto di messaggi sui telefoni per “dire no al terrorismo nella capitale”. Bambini, uomini, donne velate, rigorosamente con i gilet gialli delle proteste francesi sventolano bandierine libiche. Oltre ad innalzare i faccioni di Haftar e dei suoi padrini stranieri, a cominciare dal presidente Emmanuel Macron, con una X rossa dipinta sulla faccia. I manifestanti se la prendono anche con il rappresentante dell’Onu, Ghassan Salamé, considerato troppo tenero con Haftar. Addirittura hanno portato la sua bara in corteo.

Sul fronte del campo militare di Yarmuk nel sobborgo sud di Tripoli i rinforzi di Misurata hanno eretto con i bulldozer collinette di terra per bloccare la strada. Le truppe di Haftar sono a 500 metri. “Ti conosco, mi hai filmato a Sirte durante la battaglia contro Daesh (lo Stato islamico nel 2016, nda) vicino al mare. Poi sono stato ferito. Dobbiamo farci un selfie”, esordisce un giovane veterano della Sparta libica. La sciabolata metallica dell’esplosione di una bomba d’aereo sganciata a poche centinaia di metri ci riporta alla realtà.

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