Da Odessa. Quarantotto vittime e nessun colpevole. A tre anni di distanza, è questo il triste bilancio del massacro di Odessa, dove nel 2014 decine attivisti filorussi vennero massacrati per la strada e nella Casa dei Sindacati dalle milizie nazionaliste pro-Maidan.

In 36 mesi, non un imputato. Nessun arrestato, nessuno in carcere se si escludono alcuni militanti anti-Maidan imprigionati con l’accusa di aver preso parte ai disordini in cui morirono anche due estremisti di destra favorevoli al governo di Kiev. A finire sotto processo solo i vertici di polizia e vigili del fuoco, accusati di essere intervenuti con colpevole ritardo nel fermare le violenze che insanguinarono Kulikovo Pole.Per quei fatti, le cronache giudiziarie ucraine degli ultimi tre anni parlano di udienze rinviate di mese in mese e istruttorie che non procedono mai. Di giudici e avvocati minacciati sui social network e perfino all’interno dei tribunali. Di giornalisti indipendenti intimiditi dai servizi segreti, di pressioni su chi denuncia ritardi e omissioni nelle indagini.Le minacce in tribunaleÈ il caso dell’avvocato Andrey Karkischenko, legale di molti parenti delle vittime e di alcuni attivisti filorussi detenuti in carcere. “Avvocati e giudici vengono minacciati durante i processi – racconta a Gli Occhi della Guerra – da parte degli attivisti di estrema destra che poi non esitano a pubblicare le testimonianze dei soprusi sui social network”.

Le autorità finora hanno fatto pochissimo per limitare questi episodi. Il leader odessita di Pravy Sektor Sergiy Sternenko il 28 aprile scorso ha pubblicato la foto dell’avvocato Karkishenko su Facebook  con una didascalia inquietante: “Avvocato in molte cause. Vive ad Odessa”. Sotto, anonimi internauti commentano con immagini di teschi e tibie incrociate. A distanza di giorni, l’immagine era ancora al suo posto.I giornalisti intimiditiMa le intimidazioni non arrivano solo dagli esponenti dell’estrema destra indiziati per il massacro del 2014.Spesso chi ricerca la verità su quel giorno maledetto finisce anche nel mirino delle istituzioni. È successo al ricercatore e giornalista Alexander Todorov, fra i testimoni oculari della strage della Casa dei sindacati. Nel luglio del 2014 venne invitato al Parlamento Europeo dalla deputata lettone Tatjana Zdanoka e da allora tenta con ogni mezzo di ricostruire la verità sul massacro del 2 maggio.Quest’anno, proprio nel giorno dell’anniversario, gli uomini del Služba Bezpeky Ukrayiny (il servizio segreto per antiterrorismo e controspionaggio, ndr) si sono presentati al suo appartamento di Odessa e lo hanno trattenuto per diverse ore vietandogli di abbandonare più il Paese per esporre all’estero i risultati delle proprie ricerche.Todorov lavora infatti da tempo intorno ad alcune piste investigative incentrate su ipotesi inquietanti: quelle che si basano su presunte, pericolose, connessioni fra i partiti di governo saliti al potere dopo la rivolta di Maidan e le frange degli estremisti di destra accusate di esseri i colpevoli del pogrom di Kulikovo Pole.”Andrey  Parubij, che all’epoca era segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa e ora è presidente del parlamento di Kiev, pochi giorni prima del massacro consegnò giubbotti antiproiettili ed altri materiali militari  agli attivisti pro-Maidan  “, ci spiega. Ed in effetti nei video che ritrassero l’avvenimento si vede Parubij intrattenersi proprio con un uomo che il 2 maggio aprì il fuoco ad altezza d’uomo, giustificandosi poi perché aveva sparato “solo per spaventare”.Todorov fa inoltre il nome dell’allora governatore della regione di Odessa Vladimir Nemirovsky, considerato vicino all’ex premier Arsenij Jacenjuk. Fece discutere, allora, la decisione delle autorità cittadine di spostare centinaia di attivisti filorussi dalla piazza di Kulikovo al memoriale della batteria 411, una quindicina di chilometri più a sud. Il tutto proprio nei giorni precedenti il 2 maggio. Se quegli uomini fossero stati in grado di presidiare la Casa dei Sindacati, spiega il giornalista, forse gli scontri si sarebbero limitati alla piazza.Con Nemirovsky e Parubij, molti altri sarebbero gli uomini politici legati ad interessi poco chiari in quei drammatici giorni di maggio.

Le teorie di Todorov, per quanto solide, rischiano di non essere mai provate in tribunale, senza un cambio di esecutivo.”Chiunque vada contro il governo va direttamente in prigione: al momento non è assolutamente possibile dire la verità –  chiosa il giornalista freelance Ruslan Kotsaba – Posso dire la verità solo su Internet o parlando con giornalisti stranieri: se la dico in Ucraina finisco dietro le sbarre”. Kotsaba, tra l’altro, è piuttosto noto dopo che ha trascorso 18 mesi in prigione per aver incitato i giovani ucraini a disertare il servizio di leva, reso obbligatorio per combattere gli autonomisti russofoni delle regioni orientali del Paese.Interpellato da Gli Occhi della Guerra, il ministero dell’Interno ucraino oppone una difesa imbarazzata: “Per il processo della Casa dei Sindacati servono molti esperti e molto tempo – prova a difendersi il viceministro Sergey Yarovoy – C’era la guerra e noi non siamo stati in grado di capire cosa stesse succedendo. Ora dobbiamo sfruttare quell’episodio perché non si ripeta mai più nulla di simile.” Ma prima ci sono molti – troppi – altri interrogativi in attesa di una risposta.

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