Da Aleppo (Siria) – La chiamano Tarir Khan Nasser la via di Khan Nasser. Lì a febbraio si è combattuta la battaglia decisiva. Lì è finito l’assedio d’Aleppo. Grazie a questa strada tutte buche e posti di blocco, grazie a questo nastro d’asfalto srotolato tra il deserto e le macerie di villaggi dilaniati da bombe e proiettili Aleppo respira. Lungo i 500 e passa chilometri che da Damasco salgono verso Homs, piegano ad est fino ai margini del Califfato e risalgono verso Ithrya e As Sfyreh s’incolonnano autobus, camion, mezzi militari. A bordo viaggiano sfollati e soldati, armi e cibo, rifornimenti e munizioni. La linfa vitale che consente ad Aleppo di sopravvivere. E all’esercito di allentare il blocco dai ribelli arroccati tra centro e la periferia.

Ma tener aperta questa arteria ha un costo. Gli spiccioli quotidiani sono avvolti nella bandiera siriana posata sulle tre bare adagiate nel furgone davanti a noi. Sono tre dei tanti soldati caduti per contenere l’avanzata ribelle ai margini di questa via di comunicazione. Al bivio si fermano pure loro, prigionieri come noi del groviglio di corriere e mezzi militari, del parapiglia di militari intenti a controllare bagagli e documenti, del coro di ufficiali impegnati a distribuir ordini. Ti avvicini, chiedi. L’autista del furgone mortuario indica la targa del pullman Mercedes piantato al check point. E sibila «Raqqa». Tu strabuzzi gli occhi, chiedi di nuovo. Lui rimbocca la bandiera, ti sommerge con una risata «Si! Raqqa Daesh, Isis quelli che ci uccidono… quella gente arriva da lì». L’ufficiale più vicino ride pure lui: «Si ha detto Raqqa. Quella corriera arriva dalla capitale dell’Isis. Che c’è di strano. Questo è il bivio. Da qui vai ad Aleppo e da lì a Raqqa… mica possiamo impedirgli di viaggiare… soffrono già abbastanza». Non convinto punti sull’autista. Lui piede sul predellino e sigaretta in bocca ti squadra ignaro.

Quando vede la telecamera sputa la sigaretta, tira una manata all’obbiettivo, salta nell’abitacolo, sbarra le porte. L’ufficiale ti rincorre «Fermo, fermo… se lo scoprono gli tagliano la testa». Poi le porte si riaprono. Dell’autista non c’è traccia. Ma tra le teste piegate degli uomini e i volti velati delle donne si fa largo un viaggiatore «Cerchi uno arrivato da Raqqa? Eccomi qua. Io non ho paura, scrivi pure il mio nome mi chiamo Khaleb Hassun e quelli a me fanno un baffo. Ho vissuto a Raqqa per 12 anni. E da quelle parti ho ancora qualche affare e molti amici. Loro mi aspettano prima del posto di blocco all’entrata della città, io scendo dal bus, salgo in auto con loro ed entro. Ho visto cose incredibili. Sgozzano, uccidono in strada. La gente non ne può più di loro, rimpiange il governo siriano, non vede l’ora di farla finita». Quel che invece, a sentir Taleb, non sembra far effetto sono le bombe americane. «Confesso non ho visto molto. Dopo i raid l’Isis chiude la zona e non fa avvicinare nessuno, ma il controllo è sempre in mano loro. Hanno solo spostato i comandi in mezzo ai quartieri civili così ogni bomba rischia di fare strage. In cambio la vita è sempre più insopportabile, soprattutto per le donne… chiedi a lei».Taleb la indica e la disgraziata fa un salto indietro. Ci fosse un posto oltre la sbarra e il deserto se la darebbe a gambe. Ma non ha scelta. Attende pure lei la coincidenza per Damasco.

È una musulmana sunnita avrà sui 30 anni ed è chiaramente terrorizzata: «Sono bestie, ti tagliano la testa per niente. Vivere con loro è terribile. Piantano le teste dei nemici sulla ringhiera del parco e ci mangiano accanto seduti per terra. Lasciano i cadaveri per strada finché non si gonfiano. Quando puzzano li buttano in una vallata alla periferia. Sono disumani. Per punire una donna accusata di tradire il marito hanno fatto arrivare in piazza un camion di sassi e l’hanno lapidata. Non ho mai visto cose simili. Ma non fatemi parlare. Ho troppa paura di loro. Se m’interrogano mi si leggerà in faccia che ho fatto qualcosa di sbagliato». Per convincerla a dire qualcosa di più ci vogliono dieci minuti di discussioni e la promessa di non scrivere nulla che possa identificarla: «Ho avuto un incidente, ma all’ospedale hanno licenziato tutte le dottoresse donne non possiamo più curarci. Per questo vado a Damasco. Fin qui mi ha accompagnato mio padre perché una donna non può viaggiare da sola». Poi lentamente prende coraggio: «Ormai vivo chiusa in casa, sono terrorizzata dai controlli. Devi girare coperta da testa a piedi, con i guanti e un mantello sopra la jalabia». Si possono vedere gli occhi, ma non le sopracciglia. Se sgarri arriva l’auto dei controllori. La guida un uomo e dietro ci sono due donne delle loro. Se per loro non sei abbastanza coperta ti picchiamo con una catena di ferro davanti a tutti, poi ti portano alla polizia e ti danno altre 40 frustate. Poi devi aspettare che tuo padre o tuo fratello arrivino con un abito adeguato per portarti a casa. Però se sei sposata le frustate le piglia tuo marito».

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