JARMUK KOLI – Il fronte è un sottile bassorilievo di trincee e terrapieni disegnato tra stoppie di grano rinsecchito, villaggi in rovina e colonne di nebbia grigiastra. Il comandante curdo Lokman Abdul Karim lo disegna con il movimento di un dito. “Qui attorno, vedi, ci sono i villaggi attaccati dall’Isis, quel fumo, là in fondo, sono le raffinerie clandestine di petrolio, quella striscia scura tra le case, 1200 metri davanti a noi, è la prima linea dello Stato Islamico.Probabilmente, ora, ci stanno guardando”. Un attimo dopo la radio del comandante inizia a gracchiare mentre le vedette disseminate sul terrapieno puntano i binocoli verso una mulattiera settecento metri davanti a noi. “Guardate là – indica il comandante – i loro pick up con le mitragliatrici pesanti sono in movimento…” Non fa in tempo a finire la frase che una salva di proiettili bersaglia il terrapieno sollevando nugoli di polvere e sassi.Mentre lui sbraita nella radio anche la mitragliatrice curda sgrana un rosario di colpi. Va avanti così per tre o quattro minuti. Poi, d’improvviso com’era iniziata, la scaramuccia finisce. “Ci attaccano ogni giorno, mettono alla prova le nostre difese… E noi ogni volta rispondiamo. Gli facciamo capire che non abbiamo paura… che da qui non ci muoviamo”.

Lokman Abdul Karim, 25 anni, comanda da qualche mese la prima linea curda di Jarmuk Koli, quindici chilometri a sud della città siriana di Qamishli. Anche qui come a Kobane i curdi dell’Ypg (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di protezione popolare) variante siriana del Pkk di Abdullah Ocalan, sono in prima linea contro l’Isis. E anche qui sono accerchiati. Ma con una sostanziale differenza.In questa provincia del nord est siriano chiusa dal confine turco a nord, da quello iracheno a est e dai territori dell’Isis a sud i bombardamenti della coalizione a guida americana non sono mai arrivati. “Qui ce la caviamo da soli, gli Stati Uniti non mandano i loro aerei a proteggerci perché – spiega il comandante – Qamishli è nelle mani dei governativi e noi ci siamo alleati con loro contro i terroristi. Non siamo d’accordo su tutto con il regime e non rinunciamo al sogno di uno stato curdo, ma per ora l’alleanza con il governo è un’esigenza naturale. Solo così potremo respingere l’Isis ed evitare di venir sterminati. Una volta messi al sicuro questi territori e salvati i nostri fratelli di Kobane penseremo al futuro”. Per comprendere le ragioni del comandante e dei suoi basta fare un giro tra le rovine dei villaggi appena riconquistati dalle milizie dell’ Ypg.

Villaggi ridotti a distese di macerie. Villaggi, come quello arabo di Jarmuk Jerian, appena un chilometro dietro la linea del fronte, dove i miliziani dell’Isis hanno imposto la propria legge a colpi di spietate incursioni e di esecuzioni sommarie. “Quando sono arrivati qui hanno fatto prigioniero mio marito e un suo amico” – racconta una donna tornata per recuperare qualcosa tra le rovine della propria casa. “Mio marito l’hanno ucciso con due colpi in testa, il suo amico l’hanno torturato per undici giorni. Lo bastonavano e gli spegnevano le sigarette negli occhi. Poi gli hanno tagliato la testa, ci hanno giocato a palla e hanno dato il video alla famiglia. Noi siamo arabi e sunniti, ma preferiamo stare con i curdi. Quelli dell’Isis non sono musulmani, sono dei mostri”.A combattere quei mostri sulla prima linea di Jarmuk Koli sono arrivate decine di peshmerga donne. Anche qui, come a Kobane, combattono fianco a fianco degli uomini. Anche qui condividono gli stessi rischi. “Perché mai non dovrei combattere al fianco degli uomini – ti zittisce subito Nisrin, 25 anni, – un anno fa sono scappata da casa proprio perché ne potevo più di star a guardare quel che succedeva senza fare nulla. Combatto al fianco dei miei compagni perché corro, come loro, il rischio di venir cacciata da questa terra”. Sul calcio del suo kalashnikov ha appiccicato un santino del “compagno” Abdullah Ocalan, il leader del Pkk sepolto nelle galere turche da 15 anni. “Ocalan – spiega – è il mio capo. Io e tutti i miei compagni combattiamo per lui e gli saremo fedeli fino all’ultimo respiro. Isis e Turchia per noi sono la stessa cosa. Guardate cos’hanno fatto i Turchi a Kobane, hanno chiuso il confine per settimane sperando di farci massacrare. Per questo non abbiamo paura di combattere l’Isis. Per questo lo combatteremo fino alla morte. Loro sono dei mostri, ma dietro di loro ci sono i Turchi. Sono loro che li proteggono. Per noi, quindi, sono lo stesso nemico. Quello contro cui combattiamo da sempre”.

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