Giacchetta e barbetta, l’autoproclamato governatore della Repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, canta vittoria annunciando la secessione ed evocando l’annessione alla Russia.”Un nuovo capitolo si è aperto in Europa – dichiara il capopopolo -. Il primo passo è sancire la sovranità della nostra repubblica e poi decidere per l’indipendenza o l’unione con altri Stati”. Tradotto significa l’annessione alla Russia nonostante gli strali della comunità internazionale, che bolla il referendum di domenica come “illegale e illegittimo”. A Donetsk la vittoria della secessione è stata proclamata con 2.252.867 sì. A Lugansk, l’altra “capitale” dei separatisti, il risultato è altrettanto bulgaro: 90%. Nessuno saprà mai se e quanti brogli ci sono stati. Incerta pure la reale affluenza alle urne per consumare lo strappo con Kiev, che varia, a seconda delle fonti, dal 60 all’80%. L’unica certezza è che i filorussi non si fermano. “Tenendo conto della volontà popolare e per ristabilire una giustizia storica, chiediamo a Mosca di considerare la questione dell’accesso alla Federazione Russa”, dichiara Pushilin in un edificio pubblico occupato e circondato da barricate nel centro di Donetsk.

Il richiamo è alla regione zarista della Novorossiya, la Nuova Russia, che va fino a Odessa ed è stata evocata dal Cremlino dopo la Crimea. Non solo: l’autoproclamato governatore mette in chiaro che “le autorità della neonata Repubblica si riservano il diritto di chiedere l’invio di forze di pace in caso di aggravamento della situazione”. Ovviamente i caschi blu saranno russi. L’autoproclamato sindaco di Slaviansk, il fortino separatista circondato dall’esercito di Kiev, è il primo a farlo ieri sera, chiedendo “alle truppe del Cremlino” di intervenire. Il nuovo ministro della Difesa dei secessionisti è Igor Strelkov, ex ufficiale di Mosca, comandante della milizia filorussa. “Dobbiamo formare un esercito per difendere la Repubblica” sostiene Pushilin. Nel palazzo occupato del governatore fedele a Kiev i volontari in mimetica e volto mascherato sono già pronti. A rompergli le uova nel paniere l’annunciato arrivo in città della candidata presidenziale Yulia Timoshenko, odiata dai filorussi.Non a caso i secessionisti annunciano candidamente che “le elezioni del 25 maggio non si terranno sul nostro territorio”. E a Kiev Pushilin manda a dire: “Nessun dialogo. Trattiamo solo sullo scambio di prigionieri”. Il presidente ucraino ad interim Oleksandr Turchynov ribadisce che il referendum è una “farsa di propaganda senza effetti giuridici”. I ministri degli Esteri dell’Unione Europea riuniti a Bruxelles lo bollano come “illegale ed illegittimo”. Berlino parla di «voto truccato» e Londra di “credibilità zero agli occhi del mondo”. Gli Stati Uniti dichiarano che “non riconoscono il referendum illegale”.

L’Europa sanziona altri 13 imprenditori, oltre a due società della Crimea. Il Cremlino apre con prudenza affermando di rispettare “l’espressione della volontà popolare” e sottolineando “l’alta affluenza nonostante i tentativi di far fallire il voto”. Il presidente Vladimir Putin ancora non parla, ma il ministro degli Esteri di Mosca, Serghiei Lavrov, invita Kiev a dialogare con i secessionisti. “Senza la partecipazione degli oppositori all’attuale regime ucraino al dialogo diretto sull’uscita dalla crisi non si riuscirà a fare nulla”, sostiene il capo della diplomazia russa. A Donetsk il Fronte patriottico fedele all’Ucraina unita, semi clandestino, si prepara alla “resistenza”. “Ci siamo svegliati oggi in una Repubblica illegale sotto il controllo dei separatisti – scrivono in un messaggio ai patrioti -. Dovete organizzare gruppi di 5-10 persone per sopravvivere all’occupazione. Spazzeremo via i traditori che ci hanno portato la guerra in casa”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

ALTRI EPISODI