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Guerra

La missione dei paramedici in Libano sotto le bombe di Israele

I reporter Alessandro Cimma e Giovanni Spreafico raccontano dal Libano l'inferno degli ospedali sotto attacco dell'esercito israeliano

L’urlo di una donna squarcia il ronzio costante dei caccia israeliani nel cielo.  

Paramedici nel loro alloggio comune in attesa della prossima missione di soccorso. Nabatieh, Libano – 28th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)

Suo marito è appena morto a seguito di un bombardamento. Aveva deciso di restare, anche dopo che  uno dei medici dell’ospedale gli aveva suggerito di trovare rifugio nella struttura. Aveva risposto  con una frase semplice, quasi fuori tempo: “non vorrei disturbare, ci sono persone che hanno più  bisogno di me”. È rimasto dov’era. È morto nella sua casa. 

Bambini rifugiati all’ospedale Nabih Berry si spaventano al passaggio a bassa quota dei caccia-bombardieri israeliani. Nabatieh, Libano – 27th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)

Suo figlio è un paramedico volontario, in servizio presso l’ospedale Nabil Berry, l’ospedale  pubblico di Nabatieh. Dopo la cena fuma la shisha con noi, seduto tra sedie di plastica e silenzi  lunghi. Lo sguardo non si posa su niente: sembra attraversare le cose. È uno sguardo carico di  rabbia, ma una rabbia stanca, consumata, che non esplode più. 

Un paramedico osserva il lancio di bombe al fosforo da parte di Israele sulle zone periferiche della città di Nabatieh. Nabatieh, Libano – 27th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)

Nabatieh è una delle città più colpite del sud del Libano. A circa trenta chilometri, tra le colline, la  resistenza di Hezbollah continua a combattere un conflitto che non ha più una linea visibile, né un  fronte riconoscibile. Qui la guerra non si mostra: si sente e si aspetta. 

Un paramedico mi chiede un ritratto davanti all’ambulanza vicino al suo accampamento. Nabatieh, Libano – 27th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)

Non vedi i combattenti, non vedi le armi. Eppure la guerra è qui. I voli bassi dei caccia, le  esplosioni che spostano l’aria intorno e fanno vibrare la terra sotto i piedi, le ambulanze che corrono  costantemente.  

Un dottore dell’ospedale Nabih Berry riposa con una flebo di zuccheri e vitamina C per recuperare le energie a seguito di turni sfiancanti. Nabatieh, Libano – 27th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)
Un abitante della città di Nabatieh si presenta al punto di consegna del cibo organizzato dai paramedici degli ospedali vicini. Ha deciso di rimanere a vivere nella sua casa anche dopo l’avviso di evacuazione da parte dell’IDF. Nabatieh, Libano – 27th, March, 2026 (Photo Alessandro Cimma)

Ciò che si vede sono le sue conseguenze: corpi, macerie, case svuotate di vita, strade che  trattengono ancora la polvere degli edifici crollati. Migliaia di morti, più di un milione e  trecentomila sfollati. Uno dei disastri umanitari più gravi nella storia recente del Libano. 

Le mani di un paramedico ricoverato presso l’ospedale Nabih Berri a Nabatieh per gravi ustioni
dovuti alle conseguenze di un soccorso nella città. Nabatieh, Libano – 26th, March, 2026 (Photo GiovanniSpreafico)

Per far fronte a questo collasso civile, si muove una rete fragile e ostinata di organizzazioni non  governative. Intervengono dove lo Stato non arriva più, o non esiste più. Non c’è una struttura  solida alle loro spalle: c’è solo la necessità. 

La gigantografia di Imad Mughniyeh, leader di Hezbollah ucciso nel 2008 a Damasco, sullo sfondo
delle macerie lasciate dai pesanti bombardamenti israeliani sulla città. Nabatieh, Libano – 26th, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)

Lo stesso vale per i paramedici. Hanno autorizzazioni firmate dal ministero per prestare soccorso  civile, ma non ricevono alcun supporto reale. La benzina, le ambulanze, il materiale medico: tutto è  a carico loro, o di donazioni occasionali della popolazione. Qualcuno porta acqua, qualcuno cibo,  qualcuno semplicemente quello che può. È una catena di sopravvivenza minima. 

Paramedici accampati all’esterno dell’ospedale Nabih Berri a Nabatieh, dall’inizio della guerra
hanno dovuto lasciare la città per i continui bombardamenti dell’esercito israeliano. Nabatieh – Libano – 28th, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)

In questo scenario, i soccorsi diventano bersagli. Le ambulanze che tentano di raggiungere i civili  sotto le macerie vengono colpite. Non è un’eccezione, è attacco premeditato.  In un mese di conflitto, cinquantasei paramedici hanno perso la vita in attacchi attribuiti all’IDF. 

Dormono, mangiano e pregano nello stesso luogo, dall’inizio della guerra. Le famiglie sono fuggite  verso nord. Loro sono rimasti. Non per scelta eroica, ma per continuità: qualcuno deve restare dove  tutto crolla.  

Il corpo senza vita di una vittima dei bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito
israeliano viene portato nell’obitorio dell’ospedale Nabih Berri. Nabatieh, Libano – 28, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)

“Siamo la linfa vitale della società civile” mi dice un giovane paramedico. 

Accampamenti all’esterno dell’ospedale Nabih Berri, dall’inizio della guerra paramedici e civili sono accampati all’esterno dell’ospedale, considerato zona sicura, dopo essere stati costretti a lasciare le proprie case a causa dei bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito israeliano. Nabatieh, Libano – 28, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)

Ogni settimana due gruppi si alternano nel lavoro sul campo. La stanchezza non è più una  condizione momentanea: è uno stato permanente. C’è chi non dorme da giorni, chi parla lentamente  come se ogni parola costasse energia fisica. 

Di notte non escono più. Aspettano l’alba per recuperare i corpi rimasti sotto i detriti. Muoversi al  buio è diventato impossibile: la visibilità minima non protegge, espone. Di notte vengono colpiti  deliberatamente. Restare fermi è l’unica forma di sopravvivenza. 

Anche di giorno le regole sono cambiate: si muove una sola ambulanza per volta. Prima erano due.  Ora meno, perché per ogni spostamento vi è la probabilità di non fare ritorno.

“Se veniamo colpiti, muoiono solo tre di noi e non di più”, ci spiegano con grande fermezza. Poi ci  mostrano il giubbotto di sicurezza del loro compagno, colpito il giorno prima insieme ad altri  quattro. 

Un paramedico prega di fianco all’ambulanza. Dall’inizio della guerra i paramedici hanno dovuto lasciare la città per i continui bombardamenti dell’esercito israeliano e vivono accampati nei pressi dell’ospedale Nabih Berri. Nabatieh, Libano – 28, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)

Ogni giorno e ogni notte sembra ripetersi con una precisione spietata. I civili rimasti sono pochi, ma  continuano a essere colpiti. I medici vengono uccisi, i giornalisti messi a tacere, le istituzioni non  intervengono. Anche dopo essere a conoscenza del fatto che Israele sta usando bombe al fosforo su  tutto il sud del paese. Illegale, perchè oltre ai gravissimi danni sulle persone, bruciano il terreno,  rendendolo inutilizzabile e tossico per decadi.  

La popolazione è stanca. Eppure molti hanno scelto di restare. Non per ignoranza del pericolo, ma  per un legame che resiste anche alla distruzione. 

“Solo la morte mi porterà via dalla mia casa.” 

E in quella frase non c’è retorica. C’è solo la misura esatta di ciò che rimane quando tutto il  resto è già stato distrutto.

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