L’urlo di una donna squarcia il ronzio costante dei caccia israeliani nel cielo.

Suo marito è appena morto a seguito di un bombardamento. Aveva deciso di restare, anche dopo che uno dei medici dell’ospedale gli aveva suggerito di trovare rifugio nella struttura. Aveva risposto con una frase semplice, quasi fuori tempo: “non vorrei disturbare, ci sono persone che hanno più bisogno di me”. È rimasto dov’era. È morto nella sua casa.

Suo figlio è un paramedico volontario, in servizio presso l’ospedale Nabil Berry, l’ospedale pubblico di Nabatieh. Dopo la cena fuma la shisha con noi, seduto tra sedie di plastica e silenzi lunghi. Lo sguardo non si posa su niente: sembra attraversare le cose. È uno sguardo carico di rabbia, ma una rabbia stanca, consumata, che non esplode più.

Nabatieh è una delle città più colpite del sud del Libano. A circa trenta chilometri, tra le colline, la resistenza di Hezbollah continua a combattere un conflitto che non ha più una linea visibile, né un fronte riconoscibile. Qui la guerra non si mostra: si sente e si aspetta.

Non vedi i combattenti, non vedi le armi. Eppure la guerra è qui. I voli bassi dei caccia, le esplosioni che spostano l’aria intorno e fanno vibrare la terra sotto i piedi, le ambulanze che corrono costantemente.


Ciò che si vede sono le sue conseguenze: corpi, macerie, case svuotate di vita, strade che trattengono ancora la polvere degli edifici crollati. Migliaia di morti, più di un milione e trecentomila sfollati. Uno dei disastri umanitari più gravi nella storia recente del Libano.
dovuti alle conseguenze di un soccorso nella città. Nabatieh, Libano – 26th, March, 2026 (Photo GiovanniSpreafico)
Per far fronte a questo collasso civile, si muove una rete fragile e ostinata di organizzazioni non governative. Intervengono dove lo Stato non arriva più, o non esiste più. Non c’è una struttura solida alle loro spalle: c’è solo la necessità.

delle macerie lasciate dai pesanti bombardamenti israeliani sulla città. Nabatieh, Libano – 26th, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)
Lo stesso vale per i paramedici. Hanno autorizzazioni firmate dal ministero per prestare soccorso civile, ma non ricevono alcun supporto reale. La benzina, le ambulanze, il materiale medico: tutto è a carico loro, o di donazioni occasionali della popolazione. Qualcuno porta acqua, qualcuno cibo, qualcuno semplicemente quello che può. È una catena di sopravvivenza minima.

hanno dovuto lasciare la città per i continui bombardamenti dell’esercito israeliano. Nabatieh – Libano – 28th, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)
In questo scenario, i soccorsi diventano bersagli. Le ambulanze che tentano di raggiungere i civili sotto le macerie vengono colpite. Non è un’eccezione, è attacco premeditato. In un mese di conflitto, cinquantasei paramedici hanno perso la vita in attacchi attribuiti all’IDF.
Dormono, mangiano e pregano nello stesso luogo, dall’inizio della guerra. Le famiglie sono fuggite verso nord. Loro sono rimasti. Non per scelta eroica, ma per continuità: qualcuno deve restare dove tutto crolla.

israeliano viene portato nell’obitorio dell’ospedale Nabih Berri. Nabatieh, Libano – 28, March, 2026 (Photo Giovanni Spreafico)
“Siamo la linfa vitale della società civile” mi dice un giovane paramedico.

Ogni settimana due gruppi si alternano nel lavoro sul campo. La stanchezza non è più una condizione momentanea: è uno stato permanente. C’è chi non dorme da giorni, chi parla lentamente come se ogni parola costasse energia fisica.
Di notte non escono più. Aspettano l’alba per recuperare i corpi rimasti sotto i detriti. Muoversi al buio è diventato impossibile: la visibilità minima non protegge, espone. Di notte vengono colpiti deliberatamente. Restare fermi è l’unica forma di sopravvivenza.
Anche di giorno le regole sono cambiate: si muove una sola ambulanza per volta. Prima erano due. Ora meno, perché per ogni spostamento vi è la probabilità di non fare ritorno.
“Se veniamo colpiti, muoiono solo tre di noi e non di più”, ci spiegano con grande fermezza. Poi ci mostrano il giubbotto di sicurezza del loro compagno, colpito il giorno prima insieme ad altri quattro.

Ogni giorno e ogni notte sembra ripetersi con una precisione spietata. I civili rimasti sono pochi, ma continuano a essere colpiti. I medici vengono uccisi, i giornalisti messi a tacere, le istituzioni non intervengono. Anche dopo essere a conoscenza del fatto che Israele sta usando bombe al fosforo su tutto il sud del paese. Illegale, perchè oltre ai gravissimi danni sulle persone, bruciano il terreno, rendendolo inutilizzabile e tossico per decadi.
La popolazione è stanca. Eppure molti hanno scelto di restare. Non per ignoranza del pericolo, ma per un legame che resiste anche alla distruzione.
“Solo la morte mi porterà via dalla mia casa.”
E in quella frase non c’è retorica. C’è solo la misura esatta di ciò che rimane quando tutto il resto è già stato distrutto.
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