Quando il 18 febbraio del 2014 arrivai a Kiev non trovai esattamente quello che mi sarei aspettato. Giungendo verso il centro dall’aeroporto, in quella tiepida giornata di febbraio, non v’era traccia di quelle barricate e di quei cittadini che si riversavano in piazza per protestare contro il governo.

Il traffico sulle arterie principali era regolare, i negozi aperti e i marciapiedi affollati dal solito viavai mattutino; per settimane avevo monitorato i Tg e i siti di informazione e ancora davanti agli occhi avevo le immagini degli scontri violenti tra manifestanti e polizia e del fumo dei copertoni dati alle fiamme.

Qualcosa non tornava. Posato il bagaglio in hotel, presi la mia attrezzatura fotografica e mi recai verso Maidan Nezalezhnosti, epicentro degli avvenimenti riportati dai media mainstream negli ultimi mesi.

Lungo il tragitto verso la piazza, ancora negozi aperti, gente che si affrettava verso l’ingresso della metropolitana o della funicolare, operai al lavoro; insomma la classica atmosfera della città che si è appena svegliata e si sta mettendo in moto. I principali mezzi di informazione avevano raccontato per mesi che il popolo ucraino si stava sollevando contro il proprio governo, ma a ben vedere questa affermazione andava quantomeno ridimensionata, in quanto una buona parte della popolazione continuava a vivere come se nulla stesse accadendo.

Dopo un lungo tragitto a piedi raggiunsi un check point gestito dalla polizia: al termine di un controllo accurato della mia documentazione e del mio zaino fecero cenno che potevo transitare. Effettivamente da quel punto in poi lo scenario che si aprì dinnanzi ai miei occhi coincise con le immagini che avevo visto nei giorni precedenti: vetrine dei negozi distrutte, detriti ovunque e in lontananza un denso fumo nero che in parte oscurava il pallido sole mattutino.

Nonostante questo paesaggio da guerriglia urbana, la cosa che più mi rimase impressa fu l’abbigliamento dei manifestanti: la maggior parte di loro indossava elmetto e mimetica militare, aveva protezioni sui gomiti e sulle ginocchia e spesso marciavano in formazione, in molti casi esponendo i vessilli di Pravy Sector o Svoboda i due gruppi politici ultranazionalisti: avevano ben poco dei pacifici manifestanti che protestano contro il proprio governo e davano più l’idea di essere dei gruppi paramilitari in assetto da guerra.

Maidan Nezalezhnosti era quasi interamente occupata da un accampamento nel quale ferveva ogni tipo di attività: c’era chi cucinava, chi serviva il thè, chi dormiva….C’era persino un ambulatorio attrezzato.

L’aria che si respirava tra le tende era di fermento e partecipazione: quella era finalmente la Maidan che avevo visto in televisione.

Le persone che svolgevano attività nella piazza erano volontari di tutte le età provenienti dai più svariati strati della società ucraina; muoversi tra di loro era estremamente agevole e la sensazione era che qualcosa di importante stesse per accadere.

Giungendo nei pressi del vecchio stadio della Dinamo di Kiev, distante poche decine di metri dai palazzi governativi, lo scenario diveniva sempre più drammatico; un’imponente barricata eretta dai manifestanti utilizzando ogni sorta di materiale (c’era persino un pianoforte funzionante) si contrapponeva ai poliziotti del Berkut (il corpo speciale antisommossa) schierati lungo una linea orizzontale all’interno del boschetto adiacente allo stadio: sembrava Mad Max ambientato nella foresta di Teutoburgo.

In quel punto non vi era traccia dell’atmosfera conviviale della piazza: i grembiuli e i cappelli da cuoco erano sostituiti dalle mimetiche e dagli elmi militari, le bottiglie di birra e coca cola dalle famigerate bombe Molotov. I manifestanti si muovevano con agilità lungo la linea della barricata; ognuno di loro portava con sé un qualche tipo di mezzo di offesa vuoi che fosse una spranga di ferro, una mazza, una catena, un coltello o una Molotov pronta per essere accesa.

In diversi angoli c’erano taniche di benzina e bottiglie vuote accatastate.

Oltre la barricata, venti metri di terra di nessuno dividevano i manifestanti dallo schieramento delle forze dell’ordine. Gli agenti erano disposti lungo una linea, immobili dietro gli scudi di alluminio; alcuni di loro con un idrante tentavano di spengere il fuoco dei copertoni dati alle fiamme: l’odore della gomma bruciata era ovunque e dava la nausea.

Ad un certo punto i berkut ricevettero l’ordine di caricare e fu il panico: i pochissimi manifestanti inermi fuggirono velocemente verso le retrovie lasciando agli estremisti il compito di fronteggiare l’assalto.

L’urto tra gli schieramenti fu violentissimo e in un attimo ebbi l’impressione di essere stato catapultato indietro di mille anni, nel bel mezzo di una battaglia medievale: mazze che si abbattevano su scudi di alluminio, pietre che volavano ovunque, i bagliori delle fiamme che si aprivano un varco tra le coltri di fumo che salivano al cielo; fu l’inizio della fine, da quel momento in poi la situazione iniziò rapidamente a precipitare. Gli scontri tra polizia e manifestanti lungo le strade che conducevano ai palazzi del potere si fecero costanti.

Brevi periodi di pausa lasciavano presto il campo a interminabili momenti di scontro; vedevo di continuo arrivare manifestanti pestati a sangue dalle forze dell’ordine e in lontananza poliziotti investiti dalle fiamme delle Molotov o dalla pioggia di pietre.

Questo scenario si protrasse immutato anche il giorno successivo fino a quel fatidico 20 febbraio. Quella mattina arrivai molto presto; il cielo era coperto e faceva freddo.

Nell’accampamento si respirava un’aria strana; gli sguardi erano tutti rivolti verso la collinetta che sovrastava la piazza.

Mi dissero che l’attacco era appena partito e che la polizia si stava ritirando. Cercai di arrivare in cima alla collina prima che potei ma, giunto a metà strada, la mia corsa fu frenata da un rumore inconfondibile: uno sparo.

Congelato dallo stupore iniziai a guardarmi attorno: alle mie spalle due ragazze guardavano in alto con aria esterrefatta, probabilmente avevano dipinta sul volto la mia stessa espressione. Allo sparo iniziale ben presto ne seguì un altro e poi un altro ancora.

Ripresi a correre verso la cima della collina. Lo spiazzo sovrastante sembrava un formicaio scoperchiato: c’erano manifestanti che correvano in tutte le direzioni, apparentemente senza una destinazione precisa. Raggiunsi in fretta la prima linea e mi nascosi dietro una coppia di bagni chimici.

Poco più avanti c’era l’ultima barricata, riuscivo a vederla distintamente. Accucciati dietro la catasta di oggetti un gruppetto di manifestanti teneva la posizione; ad un certo punto uno di loro uscì allo scoperto per lanciare una Molotov. Un rumore secco e lo vidi cadere a terra.

I compagni vicini a lui, appena si resero conto dell’accaduto, lo afferrarono per la giacca e lo trascinarono indietro, esattamente nella mia direzione. Mentre ero intento a fotografare la scena sentii due rumori fortissimi. Alzai lo sguardo e vidi che sopra la mia testa si era appostato un manifestante armato di carabina e che aveva iniziato ad aprire il fuoco contro la polizia. Un altro colpo secco e anche lui cadde a terra privo di vita.

A quel punto preso dal panico iniziai a correre e cercai riparo dietro una fila di alberi. Guardandomi attorno vidi che un po’ tutti avevano fatto la stessa cosa. La prima linea dei manifestanti si era frammentata in piccoli nuclei di due/tre persone che cercavano di ripararsi come potevano dagli spari che sembravano piovere dal cielo.

Gli sguardi più che attoniti erano smarriti in quanto era impossibile capire la provenienza dei colpi. Ad un certo punto presi la decisione di attraversare la strada perché vedevo che i corpi dei caduti e dei feriti venivano portati all’interno dell’hotel Ucraina. Una corsa a perdifiato e fui dall’altro lato del marciapiede.

Anche lì lo stesso scenario: manifestanti accucciati dietro agli alberi che si riparavano dietro gli scudi di alluminio, come se il sottile strato di metallo potesse qualcosa contro le pallottole. Ogni tanto dalle postazioni più avanzate giungevano gruppi di persone che trasportavano i corpi feriti o senza vita dei loro compagni.

L’eco dei colpi delle armi da fuoco era impressionante, capire la loro provenienza impossibile.
Arrivato in prossimità dell’hotel trovai riparo dietro un muretto: da quel punto avevo un’ottima visuale sulla situazione.

Proprio difronte a me un manifestante armato di carabina si riparava dietro un albero mentre un altro, giovanissimo venne a nascondersi proprio di fianco a me.

Fu a quel punto che avvenne l’impensabile: da quella posizione iniziammo a sentire distintamente un rumore di colpi esplosi che sembravano provenire da sopra le nostre teste, ovvero dalle finestre dell’hotel.

In quel momento l’edificio era il punto di raccolta dei feriti e era occupato interamente dai manifestanti; era impossibile che un cecchino della polizia si fosse appostato al suo interno.

Da quella posizione scattai diverse immagini di manifestanti che guardavano verso le sue finestre cercando di intuire la provenienza dei colpi.

Una delle foto più belle che ho realizzato in quei giorni ritrae proprio lo sguardo atterrito del ragazzo di fianco a me che scruta con i suoi occhi verdi le finestre dell’albergo cercando di individuare la provenienza degli spari.

 

Cosa è possibile dire in conclusione di quei giorni ? Chi aprì il fuoco contro i manifestanti lasciando sul selciato più di 50 corpi senza vita ? Furono i reparti speciali della polizia o qualcuno dalle retrovie per creare un casus belli ?
Quello che posso dire sulla base della mia esperienza è che probabilmente sono vere entrambe le cose.

La polizia in quei giorni aveva mantenuto il controllo della situazione con fermezza, spesso con violenza, ma sempre cercando di evitare inutili spargimenti di sangue, anche nelle situazioni in cui le provocazioni dei manifestanti sfociavano in veri e propri atti di aggressione.

Per quale motivo ad un certo punto gli agenti avrebbero dovuto aprire il fuoco contro i manifestanti se non lo avevano fatto per settimane?

Molti di quelli che vidi cadere quel giorno erano armati a loro volta e avevano iniziato ad aprire il fuoco contro la polizia (uno di loro aveva addirittura dei candelotti di dinamite in tasca).

Quello che penso è che quel giorno fu presa la decisione di alzare il livello dello scontro sparando contro le forze dell’ordine e che queste a loro volta hanno reagito tentando di abbattere coloro i quali avevano aperto il fuoco. Nel mezzo si sono inseriti degli elementi che hanno approfittato della situazione per gonfiare il numero dei feriti e dei caduti sparando dalle retrovie.

È incontrovertibile che un gran numero di colpi fu esploso dall’hotel Ucraina e che gran parte di essi non fossero indirizzati contro la polizia.

Le testimonianze raccolte da Gian Micalessin non fanno altro che confermare quello che vado dicendo un po’ ovunque da tre anni. La storia di Maidan è molto più complessa di come è stata raccontata. Alle giuste proteste di piazza iniziali si sono presto sostituite vere e proprie operazioni di guerriglia urbana messe in atto da personale organizzato e ben addestrato che avevano l’obiettivo di rovesciare il governo con la violenza.

Durante una mia mostra a Milano allo Spazio Polifemo il rappresentante della Lombardia di Amnesty International mi chiese: “Ma veramente i manifestanti erano così vestiti ed equipaggiati ? Sembrano soldati”. È proprio questo il punto sembravano dei soldati.

Reportage di Giorgio Bianchi