Trasformare dei ribelli in militari seri ed efficienti. O, ancor più difficile, in gendarmi scrupolosi e appassionati. La missione è quasi impossibile, ma ormai si sa “Italian do it better”, gli italiani lo fanno meglio. E allora eccoci pronti a farlo anche in Libia. Qui la scommessa è trasformare gli ex rivoluzionari, ma anche i mezzi banditi, delle varie milizie che si contendono il controllo di città e territori, in soldati e in poliziotti pronti a garantire la sicurezza della Libia e dei suoi abitanti. La doppia missione, interamente pagata dal governo di Tripoli, non è stata richiesta solo all’Italia, ma anche a Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Turchia. A tutte quelle nazioni insomma che vantano rapporti storici con la nostra ex colonia o hanno dato un contributo significativo alla rivolta contro il vecchio regime. Tra il dire e il fare però c’è di mezzo il solito mare. Un mare d’incomunicabilità profonda per francesi e americani .

Un abisso d’incomprensioni e ostilità storiche per gli inglesi incapaci, nonostante le ingenti risorse dislocate, di trovare volontari pronti a farsi insegnare il mestiere da loro. E un miscuglio d’improvvisazione e inefficienza per i turchi che “scordatisi” di selezionare i volontari usciti delle milizie si trovano ora tra le mani un materiale umano inadatto alla disciplina e alla divisa. Davanti a tutti ci siamo noi italiani capaci, come già dimostrato in Afghanistan e Iraq, di supplire con talento e “savoir faire” alle asprezze umane ed ambientali. Così se da una parte siamo gli unici in Europa a rispondere con la Missione Mare Nostrum all’esodo della disperazione che trascina migliaia di esseri umani tra i flutti del Mediterraneo , dall’altra siamo gli unici ad assolvere con qualche successo alle richieste del governo libico.Da ottobre quando la missione è stata definita trenta militari dell’esercito guidati dal comandante della missione colonnello Marchese hanno selezionato i primi 340 libici mandati a Cassino per seguire un corso d’addestramento di 14 settimane.

E sotto il comando del Colonnello Marchese sono confluiti i trenta carabinieri guidati dal tenente colonnello Giampaolo Carparelli incaricati di selezionare e addestrare i futuri organici della Guardia di Frontiera, della Polizia diplomatica, di quella turistica e di alcuni reparti speciali di sicurezza.“I problemi di questa missione sono evidenti fin dalla fase della selezione. Stando ai dati dell’Ambasciata più del 40 per cento dei giovani libici ha problemi di tossicodipendenza E i dati si aggravano se i giovani hanno combattuto durante la rivoluzione visto che gran parte dei miliziani consumava psico farmaci. Da questo potete capire quanto sia difficile trovare degli ex miliziani affidabili, con un minimo di doti fisica e la necessaria stabilità psicologica” – spiega il tenente colonnello Carparelli mentre i suoi uomini spiegano i movimenti di pattuglia ad un gruppo di reclute della Border Guard.

“La Guardia di Frontiera in Libia non è una semplice polizia, ma un’unità dci fanteria leggera molto simile nei compiti e nella formazione ai carabinieri. I circa 680 elementi che abbiamo selezionato e addestrato fino ad oggi non devono solo vigilare sui confini, ma anche sulle installazioni più sensibili come i pozzi petroliferi. Per questo devono conoscere le tattiche militari e quelle investigative. Hanno insomma un addestramento molto simile a quello richiesto ad un carabiniere. Anche perché la loro formazione e la loro struttura risale all’epoca coloniale e venne studiata proprio dai vertici dell’Arma.” I primi ad essere entusiasti del lavoro svolto dai nostri militari sono quelli che pagano, ovvero i libici. “Con gli italiani la differenza si vede. Questi ragazzi da quando sono arrivati qui hanno un altro passo. Il lavoro dei vostri militari sarà fondamentale per formare dei soldati in grado di garantire la sicurezza dei nostri territori” – sottolinea con un certo entusiasmo il Colonnello Fonzi Al Fighi comandante della Guardia di Confine. Ma a stupirsi, a volte, sono anche le reclute. “Quando combattevo con i miei colleghi improvvisavamo, ci muovevamo un po’ a caso – ammette uno di loro – ora dopo tre anni di rivoluzione sto finalmente incominciando a capire cosa significa fare il militare per davvero”.

ALTRI EPISODI