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Kiev. Alle 7.48 suona la sirena dell’allarme aereo e alle 8.05 un missile russo viene intercettato sui cieli di Kiev. L’esplosione e i rottami seminano morte e distruzione nel quartiere Podil della capitale. Sei edifici popolari di vecchio stampo sovietico vengono scarnificati. La devastazione trasforma il cortile in un paesaggio lunare con garage saltati in aria, automobili accartocciate e macerie dappertutto. Serghey ha le lacrime agli occhi: «Guarda il terzo piano. Nell’appartamento sventrato abita un mio compagno di scuola. Lo sto cercando e nessuno sa dirmi se è vivo o morto».

Accanto al paesaggio lunare ci sono un asilo e una scuola danneggiati dalle schegge. La palazzina che ha preso fuoco si ritrova senza una facciata. Salotti e cucine sono a cielo aperto. Una coppia di giovani porta via un televisore sopravvissuto all’impatto. Una donna di mezza età esce in lacrime da uno degli edifici colpiti con le poche cose raccolte in una borsa. Dentro il palazzo non c’è un appartamento intatto. Al quinto piano Nikolay, ex ufficiale ai tempi dei sovietici, ci accoglie in lacrime nella casa distrutta: «Ero seduto in cucina per fare colazione quando ho sentito un forte boato e lo spostamento d’aria mi ha lanciato alla fine del corridoio» tre metri più in là. Sul terrazzino è ancora incastrata una lamiera verde e contorta del missile precipitato sulle case. Fra le macerie nel cortile spunta una teiera volata via e la rotella rosa di un passeggino. Alla fine il bilancio delle vittime è miracolosamente basso: un civile morto, 19 feriti e un centinaio di persone evacuate con gli autobus gialli e la croce rossa diventati simboli di questa guerra.

In pochi giorni è il secondo missile intercettato sulla periferia Nord, che provoca sfracelli. In linea d’aria il quartiere colpito è a pochi chilometri dal palazzo presidenziale, che si trova proprio sulla direttrice dei missili russi.

Se ogni mattina la morte dal cielo bussa alle porte di Kiev dalla guerra emerge anche la vita dei bimbi nati sotto i bombardamenti. Non si tratta di neonati qualunque, ma di figli della maternità surrogata, legale in Ucraina e osteggiata in Italia. Nicolay ci aspetta in tenuta da combattimento con un moderno fucile mitragliatore a tracolla: «Abbiamo sentito il bombardamento poco fa. Dall’inizio della guerra ci siamo organizzati per garantire la sicurezza delle ucraine che partoriscono e poi portiamo i neonati nella baby room, un rifugio a prova di bomba dove vengono accuditi dalle tate». Nel caos della guerra la BioTexCom di Kiev non si è persa d’animo e il manager Nicolay, con il direttore sanitario, si sono armati per proteggere i neonati e l’investimento. Non si sbilanciano sul costo dell’utero in affitto in tempi di guerra, ma spiegano che «le coppie in attesa del figlio sono di tutto il mondo: Francia, Argentina, Germania, Canada, Inghilterra compresa l’Italia». E chiamano ogni giorno preoccupate per le bombe che cominciano a cadere anche su Kiev. Nicolay parla bene la nostra lingua dopo aver vissuto in provincia di Como e ci accompagna armi in pugno al primo ospedale «dove stiamo andando a prendere il secondo bebè di una coppia italiana».

La mamma surrogata esce dal reparto di maternità con il neonato avvolto in una coperta verde. Il direttore sanitario in armi lo sistema amorevolmente in un marsupio fatto apposta. E si parte con un mini van bianco trasformato in ambulanza, che fa lo slalom fra le barricate passando senza problemi ai posti di blocco grazie alla croce rossa sul parabrezza. La seconda sosta ad un altro ospedale, protetto dai sacchetti di sabbia, serve a recuperare un neonato di una coppia tedesca. Poi si va di corsa verso il rifugio per i 21 bimbi procreati grazie alla maternità surrogata «con almeno il 50% di materiale biologico della coppia straniera» spiega Nicolay.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Il bunker è ricavato sotto terra e per entrare bisogna indossare mascherina e calzari. L’ambiente è pulitissimo e ben organizzato con scorte di pannolini e alimenti per neonati. Una squadra di balie e infermiere, tutte donne a parte un uomo, si prende amorevolmente cura dei piccoli. Antonina, responsabile del mini reparto sotterraneo di maternità non ha dubbi: «La guerra in superficie ci terrorizza, ma questi bambini è come se fossero dei piccoli angeli. Un segnale di vita che si oppone alla morte e alla distruzione».

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