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Severedonetsk (Ucraina). Il rumore sordo e cupo delle cannonate arriva all’improvviso. I russi attaccano l’Ucraina da poco prima dell’alba con caccia bombardieri, missili, forze corazzate e fanteria. Per assurdo a Severedonetsk, nella zona di guerra del Donbass, si respira una calma surreale fino a quando il tonfo dell’artiglieria non ci ricorda che è meglio indossare il giubbotto antiproiettile e l’elmetto. Un paio di colpi sono vicini, altri più lontani. Gli ucraini stanno cercando di rallentare l’avanzata russa che arriva dritta da Lugansk, una delle roccaforti dei separatisi filo russi.

Il conto alla rovescia è iniziato la sera prima quando, con il calare del buio, l’esercito ucraino ha spostato verso il fronte, caricandoli sui camion scoperti, decine di carri armati e blindati. Dal nostro albergo il rumore e i lampeggianti della colonna militare diretta in prima linea facevano già capire che la guerra nel cuore dell’Europa era alle porte. Il giorno prima arrivando nel Donbass conteso abbiamo incrociato i due treni militari che hanno trasportato i carri armati, oltre a blindati e armi contraeree. Segnale che il comando delle forze armate ucraine aveva ricevuto dagli americani informazioni sul possibile attacco. Questa volta non si tratta di «isteria occidentale», ma della chiara volontà del presidente russo Vladimir Putin di scatenare una guerra nel cuore dell’Europa.

I separatisti appoggiati dai russi sono avanzati in maniera fulminea attraversando il fiume Donets. La battaglia più dura sarebbe scoppiata a Schastia, un piccolo centro pochi chilometri dopo il fiume pesantemente bombardato dai russi. Durante la notte i soldati ucraini in prima linea hanno ricevuto sui telefonini dei messaggi inequivocabili: «Mosca ha dato il via libera all’impiego dell’esercito nel Donbass! C’è ancora tempo per salvarti la vita e abbandonare la zona di operazioni».

Il rombo dell’artiglieria rispunta ad intermittenza durante la mattinata. La città è semi deserta a parte le lunghe file di automobili ai pochi distributori di benzina aperti e le code ai bancomat. «Gloria all’Ucraina. Maledetto Putin, ma vinceremo» è la dichiarazione propagandistica di Valeri, non più giovanissimo che riempie serbatoio e taniche. Gli automobilisti, scuri in volto, devono attendere oltre un’ora prima di riuscire ad ottenere 20 litri di benzina a testa, non di più. In molti hanno paura di parlare e temono il peggio: «Non vogliamo scappare, ma se arrivano i russi cosa facciamo?», si chiede una coppia di giovani. L’ennesimo rombo del cannone che scuote l’aria aumenta ancora più la tensione, che esplode quando finisce il carburante a disposizione.

La strada principale è spettrale con gran parte dei negozi chiusi e poche macchine in giro. Un supermercato ancora aperto viene preso d’assalto, come la farmacia. Tutti preparano scorte convinti che i russi arriveranno presto. In giro non si vedono soldati, i poliziotti sono rari e sfrecciano nelle loro volanti con i lampeggianti accesi assieme a qualche ambulanza. Solo un gruppetto di giovani trafelati con le sacche in spalle corrono verso un punto di incontro prestabilito: «Ci hanno urgentemente richiamato. Siamo soldati pronti a combattere», spiega velocemente un ragazzo in mimetica.

Alla stazione dell’autobus una ragazza racconta che stava andando in pullman verso Luganks: «Ci hanno fermato i russi e non sapevano cosa fare. Hanno ordinato di scendere e tornare indietro. Me la sono vista brutta». Per chi vuole scappare e non ha mezzi autonomi i taxisti fanno la cresta approfittando della guerra.

Davanti i bancomat si formano le code più lunghe. Giovani, pensionati, famigliole, tutti in fila per ritirare più contante possibile. «Italiani? Siete amici dei russi. Cosa volete sapere? L’America, la Nato, la Ue nessuno ci aiuta», sbotta una donna di mezza età con la mascherina. Serghei interviene e sembra difendere i russi. La rissa verbale è immediata con accuse reciproche di «provocazia». Il giovane Mikhail con una felpa anti gay improponibile in Italia, racconta che al mattino «mi ha svegliato una grande esplosione. Non ci potevo credere. Se arrivano i russi scappo». In albergo arrivano due osservatori con la scritta Osce sull’elmetto della missione di monitoraggio sul fronte del Donbass dell’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa. Volti tirati temono il peggio: «I russi avanzano su più direttrici d’attacco nel Donbass. L’operazione è a tenaglia e potrebbero tagliarci fuori in poche ore».

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