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Siversk (Donbass). Il fragore dei razzi Grad in partenza dalla batteria ucraina in mezzo a una radura essiccata dal sole fa accapponare la pelle. I quaranta tubi di lancio, eredi dei Katyuscha, i famigerati organi di Stalin della seconda guerra mondiale, eruttano dei bestioni grigi di 122 millimetri, lunghi tre metri e carichi di esplosivo verso le posizioni russe nel Donbass. Da dietro, sputano fiammate che danno solo una vaga idea di cosa sta piombando sulla testa del nemico, che assedia Lysychansk, l’ultima cittadina della regione di Lugansk ancora in mano agli ucraini asserragliati in una difesa disperata e inutile. Con Lysychansk caduta, i russi avranno conquistato metà del Donbass.

«Temiamo solo i droni, che volano in quota e sono quasi invisibili. Se ci scoprono è la fine» ammette Serghey, il tenente che comanda due batterie di Bm-21 capaci di lanciare un diluvio di fuoco a oltre 30 chilometri di distanza. Al riparo del fogliame di alberi secolari, l’ufficiale riceve via radio l’allerta dal comando. Su un iPad nero con le mappe e le immagini satellitari del campo di battaglia fornito all’esercito ucraino dagli americani controlla la zona di tiro. Le batterie sono mimetizzate poco più in là. Serghey si infila il giubbotto antiproiettile e parte con un paio dei suoi a bordo di una scassata macchina civile di fabbricazione sovietica. La più anonima possibile per evitare di venire intercettati dai droni. La batteria montata sul retro di un camion militare segue dietro, a distanza. La partita a scacchi con l’artiglieria russa inizia nella radura assolata.

 

Oltre una linea di alberi si alza il fumo nero delle cannonate russe. Il tenente calcola le coordinate e lancia ordini agli uomini, che girano come ossessi una manovella per alzare la rampa di lancio. «Fuoco» e i primi tre razzi partono verso l’orizzonte con un frastuono terribile. Subito dopo il Bm 21 schizza via il più velocemente possibile per evitare di venire colpito dai tiri russi di controbatteria. Il tenente trova un’altra posizione a qualche chilometro di distanza su un altopiano dantesco con le colonne di fumo dei bombardamenti all’orizzonte. Quando partono tutti e quaranta i razzi assieme, il camion trema e ondeggia. Poi la batteria torna a caricare gli ordigni affusolati infilati a spalla da due militari nei tubi di lancio. L’allarmante rumore di un caccia a reazione ci fa tuffare in un canale di scolo sotto la strada per cercare riparo, ma il jet prosegue verso altri obiettivi. La terra trema sotto i cingoli di una colonna di carri armati che sta arrivando con la bandiera gialla e blu. I carristi salutano con le dita a V, simbolo di vittoria. Uno, però, si fa il segno della croce.

I bombardamenti a intermittenza ci accompagnano fino a Siversk, una cittadina tagliata fuori dal mondo. I filo russi hanno annunciato un attacco per conquistarla con l’obiettivo di chiudere in una sacca i difensori di Lysychansk.

Lisa, 17 anni, ci mostra una collezione di bossoli. «Non abbiamo paura dei russi. Restiamo a casa nostra» spiega con mamma Natalia e papà Roman. Nel sottoscala, usato come rifugio, hanno ricavato un bivacco. Roman non ha dubbi: «Il nostro unico desiderio è mir, pace. Per questo speriamo che i vostri politici la smettano di fornire aiuti militari all’Ucraina». Un paio di proiettili d’artiglieria diretti verso le postazioni russe fendono l’aria con un sibilo pauroso sopra le nostre teste, ma nessuno sembra farci caso. Dall’altra parte della strada in uno dei grigi condomini popolari del quartiere, Alla è una patriota schierata sul fronte opposto. «Ci servono le armi contro Putin per salvare l’Ucraina», sottolinea fra le lacrime. Da mesi non c’è acqua, distribuita dai volontari con le autobotti, niente gas e manca la corrente. Alcuni civili chiedono se Kharkiv, la seconda città del paese poco più a nord, è caduta non avendo notizie e collegamenti con il resto del mondo. Per rendere meno terribili i rifugi sottoterra, agli occhi dei bambini hanno disegnato fiori, cuoricini e personaggi dei fumetti sulle porte delle cantine trasformate in camere da letto di fortuna.

La linea del Piave degli ucraini corre nel Donbass. Sloviansk, città simbolo dove iniziò la secessione armata nel 2014, è sotto tiro con i russi alle porte a una dozzina di chilometri. Alle cinque della sera, dalla collina del cimitero, assistiamo a un terribile bombardamento in diretta. Fra le case sfregiate dalle bombe a grappolo, una bambina di 5 anni, con la voce dolce dell’innocenza racconta: «Sparavano anche qui. Ho visto tutto. Qualcosa ha colpito il balcone di casa mia. C’erano le fiamme e sono scappata».

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