La geopolitica della corsa allo spazio
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“I russi migliori sono quelli morti” sostiene Irina senza peli sulla lingua. Elmetto, giubbotto antiproiettile e kalashnikov a tracolla è l’ufficiale di collegamento con la stampa della brigata Mariupol. Il suo battaglione, Sarmat, che si ispira ai guerrieri persiani, è dispiegato su uno dei fronti più caldi a ridosso dell’aeroporto di Donetsk, roccaforte dei separatisti filo russi.

Al posto di blocco a ridosso del fronte Yuri, un veterano, indica la colonna di fumo nero che si alza all’orizzonte. “Bombe russe. Mio padre è lettone di Riga e la mamma ucraina – spiega il militare che ci scorta -. Sono nato a Pisky, davanti a Donetsk dove corre la prima linea. Combatto per difendere letteralmente casa mia”.

Yuri ha iniziato a imbracciare le armi nel 2014, quando aveva 22 anni ed è esploso il Donbass. Oggi ne ha 30, qualche dente in meno e continua a combattere contro i russi ed i loro giannizzeri locali. “Le trincee in alcuni punti sono distanti appena 50 metri. Distinguiamo l’invasore per la fascia bianca al braccio. I traditori separatisti ne hanno una rossa” spiega il veterano. La strada sterrata che porta alla prima linea è stata segnata dai solchi lasciati da carri armati e blindati. Le «teknike», come vengono chiamati i mezzi corazzati o i semoventi di artiglieria sono ben nascosti nella vegetazione. L’impossibile strada sterrata arriva ad un avamposto ben organizzato con un grande telo mimetico che lo rende invisibile dal cielo. Yuri e altri soldati avanzano in fila indiana su un sentiero consigliandoci di non uscire dalle loro orme.

Pochi minuti dopo è chiaro il motivo: nella sterpaglia spuntano tutt’attorno mine anti carro color marrone. La trincea è scavata nella terra fresca come quelle della prima guerra mondiale. E costeggia una strada secondaria bloccata da una doppia fila di mine. “Porta a Donetsk. Siamo vicini all’aeroporto distrutto dalla battaglia del 2014. – spiega Yuri -. Sappiamo che i russi stanno ammassando truppe per attaccare proprio queste posizioni, ma siamo pronti ad accoglierli senza indietreggiare”. Immagini satellitari hanno individuato un convoglio militare russo lungo circa 13 chilometri a est di Kharkiv. Sergiy Gaidai, governatore della regione di Lugansk, ha dichiarato che “ci sarà un’offensiva a breve, una grande battaglia per il Donbass, un inferno”. I bombardamenti sono più intensi non solo sulla linea del fronte e su Kharkiv, ma anche in profondità. La città, relativamente tranquilla di Dnipro, retrovia per i rifornimenti nel Donbass, è stata bersagliata da diversi missili che hanno distrutto l’aeroporto.

Sulla prima linea vicina a Donetsk la compagnia che difende le trincee dorme in una camerata ricavata in una specie di tunnel per proteggersi dai bombardamenti. Un lungo budello con i letti a castello, sacco a pelo, coperte e zaini. Nella stanza in fondo, forse degli ufficiali, ci sono anche simboli tratteggiati con un pennarello del battaglione Azov accusato di simpatie naziste e una runa. All’ingresso della camerata campeggia un adesivo degli ultrà della Dinamo Kiev con il teschio, le tibia incrociate, una falce martello con il simbolo di divieto e la scritta rossa «anticomunisti». Uno dei veterani del fronte assicura, però, “che non siamo nazisti o chissà cosa come dice Putin. Combattiamo per la patria e la famiglia che vuole vedermi tornare a casa”.

Yuri mostra il documento trovato nella giubba di un soldato russo caduto con la faccia da ragazzino in una foto in bianco e nero. In un video girato dai soldati si vede l’attacco russo alla trincea con i proiettili che fischiano, le raffiche di mitra e la cannonata di un tank che quasi sfonda la postazione sollevando una nuvola di terriccio.

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