Il treno militare è fermo sui binari con i soldati ucraini in tenuta da combattimento e dito sul grilletto, dispiegati lungo i binari della ferrovia. Carri armati, blindati, armi antiaeree sono caricati uno dietro l’altro sui vagoni scoperti. La polizia devia il traffico e la sbarra del passaggio a livello si abbassa per l’arrivo di un altro treno che avanza lentamente carico di blindati pronti a scendere in battaglia. I convogli scortati dalla fanteria sono diretti da qualche parte sul fronte, non lontano fra esercito ucraino e separatisti del Donbass. L’impressione è che siano rinforzi per la difesa della lunga prima linea, una versione moderna delle trincee della grande guerra.

Non è facile entrare nella zona off limits dove si combatte da otto anni un conflitto che ha provocato 14mila morti. I soldati ucraini in mimetica color sabbia, bardati con il giubbotto antiproiettile, i caricatori pieni e l’arma sempre in pugno sbarrano la strada principale che dalla metropoli di Kharkiv, 39 chilometri dal confine russo, arriva a Slaviansk, la prima cittadina dove i separatisti filo russi erano insorti in armi nel 2014. Gli ucraini l’hanno riconquistata come Kramatorsk e Mariupol, porto strategico sul mare d’Azov.

Per entrare nell’area di operazioni «anti terrorismo», come la chiamano a Kiev, è meglio prendere strade secondarie che ben presto si immergono in un cupo scenario di guerra. Molti villaggi sembrano disabitati. Alcune case sono ancora uno scheletro in muratura sbrecciato e scoperchiato dai passati combattimenti. Le colonie che funzionavano fin dai tempi sovietici sono abbandonate, ma resta ancora in piedi qualche monumento con la stella rossa della seconda guerra mondiale. L’unico simbolo di modernità sono i nuovi simboli ucraini con i colori nazionali giallo e blu, che spuntano solitari lungo strade ridotte ad un groviera di buche.

A una ventina di chilometri dal fronte è meglio fermarsi in un albergo di stampo sovietico, dove però si paga con il cellulare, di una cittadina avvolta da una cappa di incertezza. La tensione si taglia a fette e le notizie che giungono da Kiev fanno temere il peggio: 36mila riservisti mobiliati e stato di emergenza in tutta l’Ucraina, approvato ieri sera dal parlamento. Dopo l’ultimatum del presidente russo Vladimir Putin all’Ucraina, che deve rinunciare alla Nato e addirittura «smilitarizzarsi» e mentre i russi hanno evacuato ieri l’ambasciata di Kiev, il capo dello Stato, Volodymyr Zelensky, risponde a muso duro. «È arrivato il momento di reagire con forza. Il destino dell’Europa viene deciso qui, sul campo, in Ucraina» dichiara riferendosi alle mosse russe. E poi conferma le «ambizioni dell’Ucraina di aderire a Ue e Nato». Fumo negli occhi per il Cremlino, che potrebbe lanciare a breve un’offensiva oltre i confini del Donbass su richiesta formale dei leader separatisti.

Il capo dell’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk, Denis Pushilin, giura che non c’è ancora un soldato russo nel Donbass, anche se sono stati visti blindati sospetti senza insegne. A sera ordina a tutte le forze ucraine di lasciare immediatamente la regione, cioè di arretrare abbandonando il Donbass. Compresi Kramatorsk e Mariupol. Le repubblichette filo russe hanno mobilitato 40mila miliziani e i duelli d’artiglieria sono quotidiani. Ieri un soldato ucraino è stato ucciso e sei sono rimasti feriti. Kiev denuncia nelle ultime 24 ore 96 bombardamenti. I separatisti sostengono di avere registrato 350 attacchi negli ultimi sette giorni.

La capitale è stata colpita da un massiccio attacco informatico che ha bloccato i siti del governo ucraino, del ministero degli Esteri, del Parlamento e delle agenzie di sicurezza. Sotto offensiva cyber anche numerose banche del paese. Sul campo, a venti chilometri dal fronte, il calare del buio fa scattare una specie di coprifuoco non scritto. Rari i passanti e poche le auto per strada. Non ci si diverte come a Kharkiv, poche ore di macchina più a nord, con i caffè stracolmi di giovani, coppie a passeggio e tanto chiasso, che ricorda l’ultimo ballo sul Titanic. Nella regione di Lugansk, la roccaforte filo russa, le cittadine in mano agli ucraini sono avvolte da un cupo silenzio soprattutto di sera. Nonostante le ripetute smentite di Kiev e Mosca, dalla parte separatista della barricata si attende l’offensiva ucraina e dall’altra si teme l’invasione russa.

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