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Kharkiv. Un sibilo sinistro fende l’aria all’improvviso anticipando di un attimo il suo carico di morte. Il proiettile di artiglieria esplode a poca distanza con il fragore metallico delle schegge che schizzano dappertutto. Il camminamento della trincea, alto come un uomo, ci salva dal peggio. L’unico rifugio è un bunker con il tetto in tronchi sovrastato da lastre di cemento armato coperte da un cumulo di terra per attutire i colpi. Dentro è un misero bivacco dove trovano riparo e dormono i soldati ucraini dell’avamposto perduto a Pytomnyk. La famigerata “zero line”, la prima linea più vicina ai russi al di là della radura. Le trincee costeggiano una strada asfaltata cosparsa da schegge, detriti, code dei colpi di mortaio.

Gli alberi attorno sono sbrecciati o bruciati, come i tronchi di protezione in alcuni punti dei camminamenti fatti a brandelli dall’artiglieria russa. Un paesaggio lunare, apocalittico, dove un manipolo di uomini lotta per rimanere vivo. Vladimir è incollato alla mitragliatrice pesante che sbuca da una feritoia puntata verso la strada deserta. Quando esplode la prima granata è lontano e arriva di corsa, con il fiatone, nel bunker-bivacco sfiorato dalla seconda esplosione, sempre più vicina.

“Questo è niente rispetto ai bombardamenti massicci quando ci martellano giorno e notte” spiega in inglese Kiril, che sembra il padrone dell’angusto rifugio. La sua branda è un tavolaccio di legno con sopra il sacco a pelo e un cuscino con l’Union Jack. “Il mio sogno è l’Italia. Voglio visitare Roma, Venezia, Napoli” racconta a torso nudo mentre prepara un tè incurante delle esplosioni attorno. Nel bunker siamo in cinque e cominciamo a stare stretti. Quando arriva l’ennesimo colpo di artiglieria a pochi metri, il mitragliere ha uno scatto e il volto è segnato dalla paura. Il sergente che mi scorta si sistema l’elmetto. Il suo stemma sulla mimetica con un teschio e le parole latine “memento mori” è quanto mai azzeccato. Il comandante arriva trafelato e madido di sudore sbraitando ordini alla radio. Kiril continua serafico a tagliare il pane e rovistare fra i resti di un pollo. Il bene più prezioso è una bottiglia di Pepsi Cola. Tutti gli altri hanno solo un pensiero in testa: “Speriamo che il prossimo colpo non arrivi dritto sopra le nostre teste sfondando tutto”.

Dopo quaranta minuti l’artiglieria russa si calma e il sergente non ha dubbi: “Sei pronto? Bisogna correre via veloci”. Non resta che tuffarci nel dedalo di trincee per sfuggire all’inferno della zero line. Passando davanti a un altro bunker si intravedono degli zombie barricati dentro. I più arditi sono gli osservatori di eventuali blitz nemici, che armati di binocolo e radio portatile scrutano oltre la trincea verso le linee russe. Il loro riparo dai colpi di artiglieria fa impressione. In pratica è un buco scavato nella parete di fango dove un uomo sta a malapena raggomitolato.

Pytomnyk è ad una ventina di chilometri da Kharkiv, la seconda città del paese, che le truppe di Mosca non sono riuscite a conquistare all’inizio dell’invasione. Da un mese, ogni notte, partono dall’area di Belgorod, oltre il confine russo, almeno un paio di missili Iskander, che colpiscono il centro urbano nel nord est dell’Ucraina. Le sirene suonano spesso in ritardo, gli allarmi delle auto impazziscono e la contraerea solo ogni tanto riesce ad intercettare gli ordigni. La distanza con la Russia è troppo breve, appena 38 chilometri. La prima esplosione che sconquassa la città ti butta giù dal letto. Poi basta aspettare due, tre  minuti e arriva la seconda.

La mattina dopo Kharkiv resuscita con un discreto traffico, i semafori funzionanti e la gente che vuole tornare a vivere affollando i caffè. “Di notte ci attaccano con i missili. Di giorno festeggiamo perchè siamo ancora vivi” spiega sorridente un giovane in fila davanti al chiosco lungo il fiume. Un altro è appena arrivato in bici in tenuta da ciclista. Le coppiette passeggiano nel parco e le mamme portano i bambini sulle altalene.

Guerra e pace divise da dieci minuti di macchina. Ruska Lozova è un villaggio liberato, che sta diventando la linea di difesa fortificata se scatterà un nuovo attacco a Kharkiv dopo l’offensiva nel Donbass. Tutte trincee russe espugnate o da dove il nemico si è ritirato lasciando alle spalle furgoncini crivellati di colpi con il simbolo Z dell’invasione. Dentro sono ancora incartati i televisori al plasma saccheggiati a Kharkiv e dintorni. “Da questa feritoia osserviamo le postazioni russe” spiega “l’allenatore”, nome di battaglia del comandante di un plotone. Prima della guerra la sua squadra era composta da campioni di arti marziali. “Andiamo, ma di corsa, cinque metri di distanza e copia quello che faccio io” ordina l’allenatore. Gli ucraini hanno occupato le postazioni russe dove rimangono ancora i resti delle razioni di combattimento del nemico o svuotate cassette di munizioni. E riciclano tutto a cominciare dalle mine anticarro verdi con il detonatore marrone, che gli invasori non si sono portati via.

Un militare ostenta uno scudetto francese sulla giubba mimetica. “Ero arruolato da tre anni nella legione straniera, ma ho dovuto disertare – racconta Evgheny – La guerra è scoppiata nel mio paese e non posso tirarmi indietro”.

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