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Dinipro.  “Sono arrivati due carri armati russi con dietro le truppe.  Eravamo in cinque, compreso un irlandese e un inglese. Li aspettavamo ben nascosti da 48 ore. Abbiamo puntato le nostre armi controcarro e via. I due tank sono esplosi in una nuvola di fuoco”, racconta Ivan P., sardo di origine con una valanga di parenti nel Nord Est del nostro paese. Al suo fianco la giovane Giulia Schiff, 23 anni, nata a Dolo, l’unica donna italiana che combatte al fianco degli ucraini. “La morte più che pensarci la vedi. E ci devi convivere – racconta la bionda con maglietta mimetica e pistola alla cintola –  Ho degli amici che sono stati feriti, mutilati, fatti prigionieri o uccisi. L’ultimo sono andato a trovarlo qualche giorno fa in ospedale. Per il fosforo non ci vede bene, non sente e fatica a camminare”.

I due volontari italiani sono aggregati a una squadra speciale, Masada, dal nome della fortezza che ha resistito fino allo stremo alle legioni romane. Gran parte dell’unità è composta da giovani ebrei della comunità ucraina. Alcuni sono israeliani e Viktor, il comandante con la barbetta di 28 anni, nato in Ucraina, ha vissuto ad Haifa. E servito in Tsahal, l’esercito dello stato ebraico come capo carro. Sulla giubba, come gli altri, porta la stella di Davide. “Il nostro motto è “non ci arrenderemo mai” – spiega il comandante, nome di battaglia “Lupo” – All’inizio pensavo che non fosse la mia guerra, ma è stato invaso un paese libero. E gli uomini liberi non possono permettere questo scempio”.

Giulia, che voleva diventare pilota di caccia, è una figura nota in Italia. Prima lo scontro con l’Aeronautica italiana per un episodio di nonnino e poi l’arruolamento con la Legione internazionale in Ucraina. Occhiali balistici arancioni, cappellino con scritto “fortezza Europa” fa spallucce ai pesanti attacchi sui social e rivela: “Sono anche tornata quattro giorni in Italia e nessuno mi ha arrestata”.

Ivan, 55 anni, ha il volto mascherato “per motivi di sicurezza perchè sono un tiratore scelto”. I russi hanno messo delle taglie sui cecchini occidentali. Dopo avere vissuto gli ultimi 22 anni vicino a Lisbona, dove faceva l’istruttore di paracadutismo, mescola l’italiano alla cadenza portoghese. “Il 24 febbraio quando è scattata l’invasione non sono riuscito a chiudere  occhio – racconta – Il giorno dopo ho preso il mio equipaggiamento e tutti i risparmi che avevo per partire diretto in Ucraina”. Al confine si è presentato dichiarando che vuole battersi “contro Putin e l’espansionismo russo”. Il 6 marzo, a Irpin, sobborgo di Kiev, il battesimo del fuoco con l’imboscata ai carri armati di Mosca.

Poi si è arruolato nella Legione internazionale ed era nella base di Yavoriv, vicino a Leopoli, quando è stata centrata da un missile russo che ha ucciso 35 volontari stranieri. “Dormivamo tutti, quando un boato pazzesco mi ha buttato giù dalla branda – ricorda Ivan – Tremava tutto, ma per fortuna ero distante centinaia di metri dagli edifici colpiti”. Giulia racconta che al centro di reclutamento “arrivavano tanti turisti di guerra con fisico inadatto e nessuna preparazione militare”. Durante i giorni più duri  dell’invasione l’hanno schierata in appoggio nei sobborghi nord di Kiev. “La capitale era deserta, la tensione altissima e l’ambiente apocalittico – racconta – L’ordine era resistere nascosti nei seminterrati per non farci maciullare dall’artiglieria”.

Ivan, assieme a un tedesco, pilotava i piccoli droni che si possono comprare in rete, ma con un accorgimento speciale. “Prima usavamo una semplice bomba a mano dentro un bicchiere di plastica da sganciare sulla testa della fanteria russa, ma poi il tedesco ha cominciato a riempire di miscela esplosiva le bottiglie di Red Bull, che facevano danni ben maggiori” spiega Ivan. Per le operazioni con i droni killer nel Donbass gli hanno dato una medaglia.

Il sardo, però, è un cecchino, che a Kharkiv, quando i russi erano alle porte, si mimetizzava fra le case. “Il primo tiro andato a segno? Con il mio secondo eravamo a 400 metri dai russi – racconta – Ho inquadrato un soldato e tirato il grilletto centrandolo in fronte”. Al massimo tre tiri e poi veloce ripiegamento per evitare di venire individuato e incenerito da una cannonata. “Ne ho ammazzati abbastanza – sostiene duramente – ma ancora troppo pochi”. Alla domanda se ha paura di morire scuote la testa e poi sussurra: “Spero che sia veloce, magari colpito da un altro cecchino”.

Anche Giulia si è fatta le ossa attorno a Kharkiv. “Abbiamo piazzato delle mine e fatto saltare in aria un carro armato e due veicoli trasporto truppe” dichiara oramai immersa nella guerra. Il sibilo dei colpi d’artiglieria lo distingue bene: “Se arriva dai tuoi, se ti passa oltre la testa o ti piomba addosso. La granata più vicina è esplosa a venti metri. Ho sentito il fischio e mi sono buttata a terra. Subito dopo l’esplosione: fumo, polvere, la terra volava e gli arbusti attorno prendevano fuoco”.

Giulia è convinta che “combattiamo per l’Europa. Se non fermeremo Putin in Ucraina potrebbe andare avanti”. Ivan riceve una videotelefonata dalla cugina in Italia, che lo chiama preoccupata ogni giorno. Il cecchino sardo non ha dubbi: “Continuerò a imbracciare il fucile fino a quando mi ammazzano o alla vittoria”.

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