La geopolitica della corsa allo spazio
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Kiev. La «raffica» di razzi dei lanciatori multipli, eredi dei famigerati organi di Stalin della seconda guerra mondiale, si ripete ad intermittenza alle porte di Kiev. L’allarme mattutino è suonato solo una volta facendo sperare che la giornata fosse più tranquilla delle ultime 96 ore. Invece no: razzi e cannonate si susseguono alternando scambi furiosi a periodi di calma surreale. «Sentite i colpi? Ci stiamo abituando ai bombardamenti russi soprattutto di notte o nelle prime ore del mattino», osserva Dmytro Volovnykiv, ex vice ambasciatore ucraino a Roma. La famiglia l’ha mandata a Leopoli, verso Ovest, ma lui non molla la casa nel quartiere residenziale di stampo sovietico alla periferia della capitale. «Oltre questo parco dove andavamo a fare le grigliate e le passeggiare si combatte», spiega in perfetto italiano.

Pochi minuti prima ci siamo trovati di fronte da una colonna di fumo grigio e bianco che si innalzava da uno stabilimento presidiato dai militari. Il razzo era piombato sull’obiettivo da poco ed i vigili del fuoco stavano intervenendo per fermare l’incendio. Le bombe hanno oramai lambito le prime case di Kiev e alla fine della via Generale Naumov, l’ultima postazione ucraina è stata rafforzata e installata una tenda con la bandiera della Croce rossa per accogliere i feriti. Le barelle da campo sono sporche di sangue e un’ambulanza arriva a tutta velocità dal fronte di Irpin con un militare colpito ad una gamba. La benda sul ginocchio è intrisa di sangue. Vitaly, un coraggioso volontario, che va a prendere gli ultimi civili in fuga parla di «inferno». «I russi stanno martellando con i mortai ed i cecchini sono entrati in azione», dice. Gli ucraini hanno contrattaccato negli ultimi giorni nei sobborghi di Irpin e Bucha, ma la situazione è critica. E di mezzo ci vanno sempre i civili: un colpo di mortaio contro il villaggio di Makariv ha ucciso sette persone e ferito altre cinque. I corridoi umanitari in tutto il paese sono serviti ad evacuare 190mila persone, ma adesso è sempre più difficile e pericoloso. Tatiana, una signora di mezza età con il cagnolino in braccio, racconta «di granate e schegge che volavano dappertutto. Siamo riusciti a scappare per miracolo»


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Fra i difensori di Kiev c’è anche Roman, un ragazzo che ha compiuto 20 anni due mesi fa e viveva in Italia, ad Avezzano, dove ha studiato all’Istituto per geometri «Leon Battista Alberti». «Mia madre vive in Italia e ha sposato un italiano – racconta con il kalashnikov a tracolla – Il 24 febbraio ero a Leopoli dove sono nato. Alle prime sirene ho capito subito che era scattata l’aggressione russa». Assieme ad un gruppo di amici riempie lo zaino e parte subito per Kiev con una scassata Ford Sierra del 1986. «Tusk, 23 anni, era l’unico veterano che ha combattuto in Donbass – spiega abbassando il mefisto per non farsi riconoscere – Bombardavano l’autostrada e pensavamo che la capitale sarebbe caduta in una settimana». Tusk confida agli amici che «all’80 per cento neanche arriviamo in città. I russi ci ammazzano prima». In realtà il gruppo di giovani patrioti non solo raggiunge la capitale, ma si arruola nel battaglione O, una delle formazioni ultra nazionaliste dure e pure. «Fascisti, nazisti? Io combatto per la libertà e la democrazia. Gli amici italiani mi dicono di mettermi in salvo, ma ho scelto di difendere la patria e in fondo anche voi europei, che sarete i prossimi se non fermiamo Putin», sottolinea Roman. Nell’unità ci sono volontari americani, georgiani, polacchi. Gli ex militari che vengono dagli Stati Uniti hanno combattuto in Iraq o Siria e addestrano le reclute.

Sul braccio il volontario di Avezzano ha tatuaggi guerreschi, ma anche la pizza «simbolo dell’Italia». E soprattutto non ha dubbi: «Mi sono arruolato temendo una sconfitta, ma adesso sono i russi che stanno perdendo la guerra».

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