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(Kiev) L’impatto del primo missile rimbomba in tutta Kiev e fa scattare le sirene. Il lugubre ululato che ricorda la seconda guerra mondiale viene interrotto da una seconda fragorosa esplosione. Non molto lontana dalla barricata dove volontari armati con la fascia gialla al braccio, segno di riconoscimento della resistenza ucraina, controllano tutte le macchine. Il bombardamento ha colpito la torre delle televisione interrompendo i programmi. Un’alta colonna di fumo nero e grigio si alza dalla zona del bersaglio. In realtà la torre è rimasta in piedi, ma il missile ha centrato il sistema di controllo alla base e cinque persone sono morte. Le schegge hanno danneggiato il vicino memoriale di Babi Yar dedicato all’Olocausto.

Davanti alla barricata un ragazzo con il volto coperto dal passamontagna ferma le macchine. Alle sue spalle Alexander, armato di kalashnikov con il colpo in canna, controlla dentro l’abitacolo: «I sabotatori sono arrivati a Kiev mesi fa affittando anonimi appartamenti in attesa dell’attacco. Ogni notte gli diamo la caccia» sostiene Alexander Yurcenko, parlamentare di Kiev anche lui sulle barricate. I giovani della resistenza di quartiere arrivano con nuovi copertoni e cubi di cemento per rinforzare la triplice barriera.

I russi sono a 20-30 chilometri a Nord Ovest con un colonna infinita di carri armati, blindati, camion e mezzi logistici. E i ceceni arruolati da Mosca, che si sono fatti riprendere mentre pregano rivolti alla Mecca o scandiscono Allah u akbar. Gente che non va per il sottile e attende solo l’ordine per calare su Kiev.

Davanti a un hotel trasformato in comando la difesa territoriale ha arruolato anche russi e bielorussi che odiano i rispettivi presidenti. «Sono nato a San Pietroburgo, figlio di un veterano dell’Armata rossa che ha combattuto in Afghanistan. Combatto al fianco degli ucraini per difendere la libertà» dichiara Nikita armato come Rambo. Al suo fianco seduto sui sacchetti di sabbia c’è Rodion Batulev che viene da Minsk: «Lukashenko è al servizio di Putin, che ha invaso l’Ucraina. Dobbiamo difenderla tutti assieme e poi liberare la Bielorussia».

Il ministero della Difesa di Mosca ha annunciato, che dopo la torre della tv prenderà di mira altri due obiettivi a Kiev. Il quartier generale dell’intelligence ucraina che si trova a 700 metri dall’albergo di giornalisti affacciato su piazza Maidan. E a soli 200 metri dalla cattedrale di Santa Sofia. Per questo motivo la chiesa greca-cattolica ucraina ha lanciato l’allarme: «Invitiamo tutti i cristiani a pregare per il santuario spirituale dei popoli slavi ed esortiamo l’aggressore ad astenersi da questo orribile atto di vandalismo. Aiutateci a salvare Santa Sofia».
I russi vogliono colpire i cosiddetti «cyber hub», i siti militari da dove partono gli attacchi informatici contro Mosca. «Useremo armi di alta precisione contro le strutture tecnologiche del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e il 72° centro principale di operazioni psicologiche e informative a Kiev» recita un comunicato ripreso dalla Tass. Mosca invita i civili ad allontanarsi dagli obiettivi.
L’ambasciatore italiano, Pierfrancesco Zazo, ha ricevuto da Roma l’ordine di evacuazione e si è spostato a Leopoli, nell’ovest del paese, con il personale dell’ambasciata e decine di persone, pure giornalisti, che si erano rifugiati nella sua residenza. Il diplomatico è riuscito a portare in salvo anche una ventina di minori, compresi 6 neonati.
Però sulla linea del fronte, a Buca, poco fuori Kiev, è rimasto intrappolato l’imprenditore torinese Gian Luca Miglietta. Dal rifugio dove si trova per evitare le bombe aveva chiesto all’ambasciata di evacuarlo, ma è stato impossibile. «Abbiamo paura di dormire. Aspettiamo in silenzio, sperando di non sentire il frastuono delle bombe – racconta – Mi manca la voce. Fa freddo, fuori sta nevicando, il cibo comincia a scarseggiare e abbiamo solo qualche coperta».
Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ammette che la situazione è «difficile», con i russi alle porte della città. La capitale è costellata di barricate e sbarramenti. Lungo il fiume Dnepr, che taglia in due la città, sono stati piazzati vecchi autobus gialli in mezzo alla strada. I cecchini si appostano nei palazzi e le unità della difesa territoriale requisiscono alberghi trasformandoli in centri di comando. Almeno 42mila riservisti e volontari sono stati mobilitati, ma la distribuzione delle armi si è allargata ai civili che notte e giorno presidiano le barricate e pattugliano le strade insieme ai militari.
Nella centralissima piazza Maidan hanno scaricato collinette di terra per bloccare la strada ai carri armati verso la cittadella del potere sulla collina dove i blindati bloccano l’accesso al parlamento, il palazzo presidenziale e del governo ancora illuminati nonostante le bombe. Kiev è una città fantasma, che assomiglia a Sarajevo poco prima dell’assedio, in attesa del peggio.

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