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Le due esplosioni, una dopo l’altra, ci buttano giù dal letto. Il fragore dei missili russi al centro di Kiev, poco prima dell’alba, è impressionante. Per la prima volta siamo pronti a indossare giubbotto antiproiettile ed elmetto per catapultarci giù dalle scale verso il bunker dell’albergo che ci ospita in piazza Maidan. Poi la tempesta di guerra sulla capitale ucraina si placa tornando a una calma surreale. Da 48 ore, però, i russi hanno servito, con qualche razzo sbagliato e attacco mirato, l’antipasto dei bombardamenti che potrebbero colpire Kiev, che da ieri sera alle 20 ha decretato 36 ore di coprifuoco.

I missili hanno colpito un vasto edificio, un po’ vecchiotto, scoperchiando il tetto. Un grattacielo vicino, più moderno, è stato pure pesantemente danneggiato. La zona è residenziale, ma fonti locali fanno notare che il bersaglio era una fabbrica strategica.

Il giorno prima i razzi Grad avevano colpito un condominio alla periferia Nord davanti alle truppe di Mosca che stanno avanzando a qualche chilometro. La stanza di un bambino al quarto piano bucata da parte a parte stringe il cuore. Sul lettino pieno di calcinacci ci sono ancora una piccola chitarra, un paio di armi giocattolo e Sponge Bob, la spugna dei cartoni animati. Sulla parete le foto del ragazzino per ogni anno compiuto al fianco dei genitori. Una tristezza infinita aggravata dai salotti e camere da letto divelti con ancora la tazza di tè miracolosamente sul comodino. «Ho visto un flash accecante e poi sentito il boato che mi ha buttato giù dal letto» racconta una sopravvissuta che sta raccogliendo le ultime cose fra le macerie prima di abbandonare l’appartamento devastato. Una giovane piange il padre «spazzato via al terzo piano». Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, denuncia: «L’esercito russo ha attaccato Kiev: 4 palazzi distrutti. Stanno sgomberando le macerie. Ad ora 5 persone sono morte».

La capitale, per ora, ha solo assaggiato la potenza di fuoco di Mosca. Il vero dramma si vive sul fronte dei sobborghi, dove le distruzioni sono totali. A Stojanka, attaccata alla periferia Ovest, il centro attorno alla rotonda non esiste più. Il distributore è un groviglio di lamiere contorte e nell’annesso fast food si è salvato solo qualche tavolo coperto dai vetri in frantumi. Non c’è anima viva a parte due cani denutriti che si aggirano fra le macerie. La sequenza continua dei lanciarazzi multipli si sente bene a non più di due chilometri di distanza verso Bucha e Irpin, altri sobborghi devastati.


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Pavlov, ufficiale della difesa territoriale con il kalashnikov da paracadutista, si è fatto portare due stecche si sigarette. «Vi scorto più avanti per farvi vedere i bombardamenti» esordisce indirizzandoci su stradine parallele alla grande striscia d’asfalto disseminata di macchine abbandonate sotto il fuoco. Tre soli militari ucraini stanno ripiegando con il dito sul grilletto dopo una perlustrazione. «Buona fortuna giornalisti. I russi sono a un chilometro» è l’allerta del sottufficiale. Pavlov non demorde e ci fa arrivare fino a una palazzina dove è appena arrivato un razzo. Dalle finestre distrutte esce del fumo nero. Un gruppo di donne, non ancora evacuate, ha volto terreo e occhi lucidi. E subito ci fa vedere i tetti colpiti da schegge e granate. Lo stesso potrebbe capitare a Kiev. Pavlov ordina la veloce ritirata «perché i russi intercettano la posizione dei telefonini e possono colpirci».

Nella capitale, Marina, è una miracolata, che sta aiutando i volontari pronti a rischiare la vita per portare aiuti nelle città assediate. «Sono scappata verso Kiev da un sobborgo assediato – racconta in perfetto italiano – Ho preso la bicicletta e via». I genitori della giovane ucraina vivono a Forlì. «Lungo il tragitto ho incrociato due volte le colonne russe – spiega – La prima mi ero finta morta, ma una volta scoperta stavano per spararmi. Poi hanno capito che non sono una combattente. La seconda mi hanno sequestrato il telefonino e lasciato andare». La miracolata si è arruolata nella resistenza e non vuole fuggire: «Sono più utile a Kiev» sottolinea davanti a un kalashnikov appeso sotto la bandiera blu a stelline dell’Unione europea.

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