Malaya Rohan (Kharkiv). Le quattro case di Malaya Rohan sono state occupate a lungo dai russi che volevano prendere Kharkiv. A fine marzo per il piccolo, ma strategico sobborgo, ad un passo dalla seconda città del paese, è scoppiata una furiosa battaglia. Nel sobborgo la pietà era morta. I civili uccisi dalle bombe venivano seppelliti in giardino perchè era impossibile fare diversamente a causa della pioggia di granate. Un video, che sarebbe stato girato all’ingresso di Malaya Rohan, mostra dei prigionieri russi gambizzati mentre vengono fatti scendere da un furgoncino. Sui corpi di due carristi di Mosca abbandonati per strada, che non hanno fatto in tempo a scappare, erano chiari i segni di pistolettate in faccia.

Dopo la liberazione circolava la voce che una donna fosse stata stuprata dai russi, ma come è capitato anche da altre parti la vittima era un “fantasma” che ha preferito sparire piuttosto che parlare della violenza sessuale. Il Giornale l’ha trovata grazie alla sorella minore, che ha ammesso con un velo di tristezza sugli occhi: “Sì è vero. Un soldato russo ha stuprato Anya. La violenza è avvenuta in una classe della scuola dove eravamo rifugiati per paura dei bombardamenti”. Victoria racconta che la sorella è fuggita in Polonia, “ma questo è il suo  numero di cellulare. Provate a chiamarla”.

Nonostante l’attenzione quasi morbosa dei media sugli stupri di guerra le donne violentate non hanno quasi mai parlato ai giornalisti. Anya, dopo un primo momento di dubbi e silenzi, si lascia andare raccontando tutto, nei dettagli, come se volesse liberarsi dal peso di un ricordo insopportabile. La sua testimonianza è drammatica.

Quando sono arrivati russi?

“Dal 25 febbraio il nostro villaggio è stato occupato e con mia figlia piccola e altri familiari siamo andati a rifugiarsi nell’unica scuola. Tutte le comunicazioni erano saltate. I russi ci hanno ordinato di portare una fascia bianca al braccio per identificarci, così non ci sparavano”.

Perchè nella scuola?

“Ha un bunker. Ogni sera quattro soldati russi venivano a controllare. All’inizio dicevano a noi e agli altri civili che capivano la situazione perchè anche loro avevano dei figli. Ma poi un civile è stato ucciso. Secondo loro perchè non aveva rispettato l’ordine di fermarsi”.

Quando è precipitata la situazione?

“Il 13 marzo è stata una giornata critica con bombardamenti continui. Dentro il rifugio utilizzavamo la luce delle candele. A mezzanotte un soldato russo è arrivato e ha cominciato a spaccare i vetri delle finestre usando il fucile mitragliatore come una clava. Gran parte dei civili erano anziani, molti bambini, donne e degli uomini. I russi ci hanno ordinato di alzarci e allinearci. Un soldato ha indicato mia figlia, che ha cinque anni, dicendo che dovevo lasciarla a qualcuno”.

Lei cosa ha fatto?

“Impugnava l’arma e mi ha intimato di alzarmi per andare con lui. Ho dovuto seguirlo fino al secondo piano della scuola. Mi ha fatto entrare in una classe. Aveva anche una pistola e me l’ha puntata sulla fronte ordinandomi di spogliarmi completamente e di mettermi in ginocchio. L’ho assecondato perchè ero terrorizzata per mia figlia rimasta con i parenti al piano di sotto”.

E poi cosa è accaduto?

“Si è tirato giù i pantaloni e mi ha imposto un rapporto orale dicendo “fallo se vuoi rivedere tua figlia”. E continuava a ripetere di ricordarmi che al piano di sotto c’era la mia creatura”.

È andato avanti?

“Mi ha fatto stendere sulla cattedra e violentata. Faceva freddo e dopo avere abusato di me ha indicato una sedia della classe dicendo che potevo vestirmi. Speravo fosse finita, ma lui ha preso il coltello alla cintola passandolo vicino al mio collo. E chiedeva: “Hai paura”? Gli ho detto di no”.

Ha usato il coltello?

“L’ha passato sul collo due volte tagliandomi e ha fatto lo stesso con la guancia. Sono scoppiata a piangere. E poi con il coltello mi ha tagliato i capelli. Ho trovato la forza di supplicarlo, di chiedergli perchè mi fa questo e lui ha risposto “mi piace quando la gente ha paura di me”.

Ma quanti anni aveva il soldato?

“Giovane. Mi ha detto che aveva 19 anni. Io ne ho oltre 30 e gli ho chiesto se si rende conto che sono una madre. Non gli interessava nulla”.

Le ha fatto ancora del male?

“Ad un cenrto punto ha tirato fuori dalla tasca dei pantaloni una specie di flacone. Con una siringa ha estratto il liquido e me l’ha iniettato sostenendo che è un anti dolorofico per i feriti. E che avrebbe iniziato a tagliarmi a pezzi”.

Ha cercato di reagire?

“No perché pensavo sempre a mia figlia. Poi voleva violentarmi di nuovo, ma non ce la faceva. Pensavo che mi avrebbe ammazzato, ma allo stesso tempo speravo che si accontentasse e che non facesse del male alla bambina al piano di sotto. Alla fine mi ha riportata nel bunker”.

Ha denunciato la violenza carnale?

“Sì a Kharkiv quando siamo stati liberati. E’ stato aperto un procedimento per crimini di guerra”.

Come vive adesso questa terribile esperienza?

“Ho gli incubi, ma sono felice di essere sopravvissuta. In Polonia mi aiutano con un supporto terapeutico. E sono convinta che il responsabile verrà punito. Se non dalla giustizia terrena sarà Dio a fargli pagare il suo crimine”.

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