La geopolitica della corsa allo spazio
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Kharkiv. Le raffiche di mitragliatrice sono solo l’antipasto sulla prima linea davanti a Derachi, sobborgo a Nord Ovest di Kharkiv. Anatoly, maggiore dell’esercito ucraino, prima di arrivare al volante di un pick up si è messo l’elmetto, segno evidente che su questo fronte non si scherza. Non facciamo in tempo a scendere che i russi cominciano a tirare con i mortai. Il reparto di Kiev si agita, ma è pronto all’azione. Un paio di uomini corre verso i blocchi di cemento in mezzo alla strada con i razzi controcarro Rpg in spalla. Altri si piazzano in mezzo agli alberi a fianco dell’asfalto. «I russi sono a poche centinaia di metri. Dobbiamo rafforzare questo posizione a ogni costo.

Una squadra sta ingaggiando il nemico» spiega Anatoly che ci affida al comandante della compagnia grosso come un armadio. «Seguitemi di corsa» ordina il militare. Attraversiamo velocemente la strada dove un bulldozer sposta altra terra per una barricata. I russi sparano a intermittenza, ma gli ucraini cominciano a rispondere al fuoco con determinazione. Il soldato ha appoggiato la mitragliatrice pesante su un blocco di cemento che lo protegge e spara raffiche continue verso le postazioni russe. Al suo fianco un altro militare sta prendendo la mira con l’anticarro Rpg sulla spalla. Un sordo boato e il razzo schizza via avvolgendo la prima linea in una nuvola di fumo.

La raffiche di mitragliatrice non demordono e il soldato arma di nuovo il lanciarazzi per un secondo colpo incurante di essere sulla linea di tiro. Il commilitone al suo fianco si accuccia al riparo del blocco di cemento tappandosi le orecchie. Nuova esplosione con fiammata e il razzo parte verso i russi. I colpi di mortaio degli invasori sembrano arrivare un po’ a casaccio, ma è meglio mettersi al riparo dietro il muro di una casa. A sorpresa spunta il proprietario, che inneggia all’esercito ucraino. Sul prato che dobbiamo attraversare per tornare al sicuro i militari ci fanno notare le lamiere grigie contorte, resti dei razzi Grad.

Dell’unità di prima linea fa parte Leonid in tenuta da combattimento con il kalashnikov a tracolla. Però deve appoggiarsi ad una stampella perché al posto della gamba destra ha un moncherino. «È il nostro orgoglio – spiega il maggiore – Ha perso la gamba in combattimento nel 2014 all’inizio della guerra nel Donbass, ma è tornato a indossare la divisa per fermare i russi». Leonid non vuole parlare, ma il suo nome deriva dall’eroe spartano della battaglia delle Termopili.

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, annuncia che «ci aspettano battaglie dure. Non possiamo pensare di avere già superato tutte le prove». Kiev teme un pesante attacco nel Donbass e pure a Kharkiv, seconda città del Paese. Anatoly ci porta nel villaggio di Cerkaska Lozova appena liberato dai russi. Un cratere di un colpo di mortaio, arrivato da poco, ci consiglia di cambiare velocemente strada. «Vedi quella collina sopra il villaggio a cinquanta metri da noi? Fino a ieri c’era un carro armato russo. Il nemico è vicino, ma con il calare del buio avanzeremo ancora» spiega il maggiore. La 92esima brigata sta riprendendo piano piano terreno strappando al nemico un sobborgo dietro l’altro alle porte di Kharkiv. Potrebbe anche essere una trappola con i russi che lasciano avanzare gli ucraini per poi far scattare la controffensiva. Una colonna di 150 mezzi, in parte ripiegati da Kiev, sarebbe pronta a penetrare in città per la seconda volta.

I civili sono pochi, ma nella giornata di sole qualcuno è uscito dal rifugio per respirare aria fresca. «Molti li abbiamo evacuati. Per quelli che restano è dura – sottolinea Anatoly – Non c’è acqua, elettricità e linea per i cellulari».

I suoi uomini sono trincerati e scrutano con i binocoli le postazioni russe a meno di un chilometro. Arsen, 29 anni, è un veterano che non si preoccupa molto delle esplosioni in sottofondo. «Ogni giorno ci sono combattimenti e con il calare del buio ci tirano con i tank. Ce la faremo e riprenderemo anche la Crimea e il Donbass» dichiara in inglese peccando di ottimismo. Il maggiore spiega che siamo sulla strada per il confine russo a soli 39 chilometri: «Vogliamo tornare a casa, ma per farlo bisogna ricacciarli oltre frontiera». L’artiglieria ci accompagna nel giro di ispezione delle postazioni con il maggiore che fa da Cicerone di guerra ad ogni esplosione: «Questi sono i nostri non preoccupatevi. Granata russa fate attenzione».

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