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La preghiera ortodossa per i caduti in battaglia è una cantilena struggente. Kostiantyn Kholodov, prete combattente, chiude gli occhi mentre la recita davanti le tombe dei sui compaesani e amici uccisi in prima linea sul fronte del Donbass. Theodore Lypchak era il diacono e lui è il padrino del figlio rimasto orfano. Le lastre nere raffigurano i caduti in tenuta da combattimento che imbracciano il fucile. L’ultimo è Oleksander Pekun, ucciso lo scorso ottobre. Sulle tombe del villaggio di 1500 anime di Liubimivka, poco fuori Kiev, sventolano le bandiere con i colori nazionali blu e giallo. Abito talare, barba grigia, stola bianca con appesa al collo una grande croce e giubbotto militare, il prete combattente non ha dubbi: “Vincere o morire. Se i russi ci invaderanno non ci metteremo in ginocchio, non diventeremo schiavi di nessuno”.

Padre Kostiantyn, a 46 anni, è una leggenda. Nel 2014 era sulle barricate in piazza Maidan e poi è andato al fronte nell’Est del paese, cappellano militare in un’unità di corpi speciali. “Sono un primo tenente e pronto a tornare in guerra in qualsiasi momento”, dichiara dopo aver officiato la lunga messa ortodossa nella piccola e affascinante cappella del villaggio. “So come usare le armi automatiche, ma al fronte vado disarmato – spiega – Quando i miei fratelli hanno avuto bisogno del mio aiuto sulla linea del fuoco, però, non mi sono mai tirato indietro”. Il prete combattente ammette “che ancora oggi sarei pronto ad usare un’arma vera per difendere il mio fratello in trincea. Come i soccorritori militari che hanno la pistola per difendere i feriti”. Poi ammette che “l’arma segreta, quella più forte è la fede, la forza spirituale. Artiglieria e mitragliatrici sono solo quelle visibili”.

Padre Kostiantyn si è fatto le ossa a Maidan e ieri ha commemorato, con altri preti di prima linea come il greco cattolico Andriy Zelinsky, che ha studiato a Roma, l’anniversario della rivolta e del sangue versato sulle barricate. “Sono stato cappellano a Maidan per tre mesi – ricorda – Non dimenticherò mai quando i cecchini hanno cominciato a sparare sulla piazza. Il giorno più duro della mia vita. Era la prima volta che vedevo della gente morire davanti ai mie occhi. Rivoli di sangue ed i corpi allineati senza vita”. Il prete ortodosso racconta di uno dei ragazzi che è corso durante gli scontri più duri:

Padre confessami. Fra un’ora potrei essere morto

Dopo la rivolta di Maidan e l’annessione russa della Crimea è scoppiata la guerra nel Donbass con i separatisti filo Mosca. “Prima avevo cominciato a raccogliere in parrocchia indumenti, scarponi, generi di prima necessità per i nostri soldati al fronte che all’inizio non avevano nulla. Poi mi hanno chiesto di restare e sono diventato il loro assistente spirituale e psicologo”. Kostiantyn va orgoglioso delle foto combat con i corpi speciali, ma diventa scuro in volto quando ricorda la morte del comandante “un amico d’infanzia, il mio mentore, l’altra metà di me. Nei primi giorni non trovavo neanche la forza di raccomandare la sua anima a Dio”.

I cappellani militari sono 400, in gran parte ortodossi della Chiesa ucraina che vede i preti ancora fedeli a Mosca come fumo negli occhi, traditori o “una costola dei servizi di intelligence russi”, accusa Kostiantyn. E aggiunge: “Vogliono far rinascere l’Unione sovietica. Noi siamo per la libertà del popolo ucraino”. Davanti al cimitero con i caduti sorge un semplice memoriale con una grande croce su un mucchio di terra e poco più in là un blindato trasformato in monumento con dei razzi puntati verso il cielo ricorda che nel cuore dell’Europa la guerra nel Donbass è stata dimenticata finora. “Sono puntati verso Mosca”, sorride Kostiantyn, che poi va giù duro con i vicini, una volta fratelli in nome del comunismo. “L’invasione? Non scapperemo e non ci piegheremo. Se ci ammazzeranno anche la morte può essere una liberazione – osserva – Con i russi alle porte è come avere un cane rabbioso che ti gira attorno e non sai mai se ti morde oppure no”.

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