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Zaporizhzhia. I primi colpi di artiglieria sono ucraini alla caccia dei carri armati russi nascosti chissà dove. Davanti alla prima linea a soli 30 chilometri da Zaporizhzhia, sul fronte sud est, ci sono infinite distese di campi con i raccolti che stanno morendo sotto il sole cocente e rare boscaglie. La postazione nel mezzo del nulla è un pugno di case abbandonate e sfregiate dai bombardamenti. I «Lupi della steppa», un reparto di volontari, presidiano questa mini fetta del fronte, al fianco dei marines annidati in altre postazioni simili. Una piccola casamatta serve come posto di osservazione e da dove far saltare per aria le mine sulla strada che corre nei campi se arrivano i russi. Quattro trincee scavate in fretta e i cunicoli che sprofondano sotto terra per proteggersi dalle granate è la linea difensiva da far paura.

«Non cederemo il sud del paese a nessuno, riprenderemo tutto quello che è nostro, il mare sarà ucraino e sicuro» ha dichiarato ieri il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Anche questo fronte, che doveva essere il più tranquillo e dimenticato, fa parte del territorio che il comandante in capo non vuole assolutamente mollare agli «orchi», come vengono chiamati i russi dai marines, «che devono morire». Zelensky ha rilanciato la battaglia per il sud dopo la visita a sorpresa, per la prima volta dall’inizio della guerra, a Mykolaiv e Odessa, le due città cardine del fronte meridionale, più ad ovest, dove gli ucraini resistono con forza. E non solo: nelle ultime settimane hanno lanciato una controffensiva verso Kherson, conquistando terreno. Per i russi è una città chiave, porta d’ingresso della Crimea.

Il messaggio del presidente e le operazioni militari al sud fanno pensare che si sta preparando il terreno per la perdita del Donbass, dove le truppe di Mosca avanzano su ben dieci direttrici. Lo stesso governatore della regione, Serguii Gaidai, fedele a Kiev, ha affermato nelle ultime ore: «Bisogna prepararci al peggio». I segnali ci sono tutti: L’imminente caduta di Severodonetsk, il diluvio di fuoco su Lysychansk e i tentativi russi di tagliare fuori le forze ucraine aggirandole alle spalle verso Bakmut. La linea del Piave saranno le città di Sloviansk e Kramatorsk, ma Zelensky, puntando sul sud, sembra aver già messo nel conto che il Donbass non riuscirà a resistere e potrebbe far parte di una futura, anche se molto lontana, trattativa almeno per un cessate il fuoco.

Per ora la guerra continua lungo i 1200 chilometri di fronte. Sulla prima linea a sud di Zaporizhzhia, dopo i colpi d’artiglieria ucraini, i russi rispondono al fuoco. Il cambio in trincea dei «Lupi delle steppe» non è più pacche sulle spalle e battute con chi va nelle retrovie. Nessuno ride e tutti drizzano le orecchie per la prossima granata. Fra i marine c’è anche un ragazzino di 19 anni con un razzo controcarro Rpg sulla spalla. Enot, nome di battaglia che significa procione, sta chiudendo lo zaino e sistemando gli stemmi di combattimento, compreso il sole nero dei reparti ultranazionalisti. Venti minuti dopo a soli 500 metri, sulla via del ritorno, rimarrà ferito a una gamba, ma la granata si porterà via un marine al suo fianco. All’ennesima bordata di artiglieria, troppo vicina, non resta altro che buttarsi in un cunicolo scavato sotto terra cacciando le galline che lo hanno scambiato per un pollaio. Sopra le nostre teste il «rifugio» è rinforzato con sbarre, tavole di legno, porte delle case, qualsiasi cosa per resistere all’impatto dei bombardamenti. «Hanno avvistato tre carri armati russi spuntati dal nulla che si stanno avvicinando» sussurra pallida in volto Anastasia, volontaria in mimetica ed elmetto.

Dopo un’ora arrivano in soccorso i marines. Il comandante parla poco, ma guida come un pilota di Formula 1. Per sfuggire al drone russo che ronza sulle nostre teste dal mattino indirizzando l’artiglieria vola in mezzo ai campi portandoci fuori dalla linea di tiro.

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