La geopolitica della corsa allo spazio
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(Kiev) Il fumo scuro dei bombardamenti si alza verso il cielo dai sobborghi a nord di Kiev. Da dove ci troviamo, in periferia, non distano più di 2-3 chilometri. I russi si avvicinano almeno con gli attacchi d’artiglieria o dal cielo per spianare la strada alla colonna infinita di carri armati, blindati e mezzi di ogni genere che punta sulla capitale. Le forze ucraine hanno fatto saltare il ponte che collega Irpin a Kiev, dove si combatte da giorni, nella direzione nord ovest delle colonne di fumo davanti a noi.

Il panico sta travolgendo la popolazione. La stazione centrale, nei pressi della quale in serata è caduto un frammento di un missile russo abbattuto dalla contraerea, è invasa da una valanga umana, che cerca disperatamente di salire su un treno verso ovest, il più lontano possibile dalle truppe russe. Molte partenze sono cancellate e la gente ha il volto scuro o disperato. Un anziano con una gamba sola avanza sulle stampelle. Giovani famiglie con i figli piccoli in braccio si accalcano per raggiungere i binari. Nel caos generale tutti chiedono informazioni: «Il biglietto è gratis?», «Quando possiamo partire?», «La ferrovia è sicura? Non bombardano?». Sì, bombardano. C’è stata una nuova potente esplosione vicino alla stazione ferroviaria a Kiev, hanno colpito la centrale per il riscaldamento. Il gelo come alleato di guerra. Ma gli ucraini in fuga si accalcano sui binari per prendere d’assalto i treni. I vagoni che partono per Leopoli sono strapieni, ma un popolo disperato preme per salire ad ogni costo. Qualcuno prega, altri si arrabbiano e alla fine arriva l’ordine da stato di guerra: «Salgono solo donne e bambini». Un gigantesco controllore deve chiudere le porte del treno in faccia a padri, fidanzati e fratelli. C’è chi piange, urla e si dispera, ma bisogna salvare i più deboli. Anche per chi vi scrive sono scene strazianti, peggio della guerra vera di bombe e proiettili. I bambini sono atterriti e stringono i peluche, le coppie non riescono a staccarsi dall’ultimo abbraccio. «Voglio solo andarmene. Qualsiasi posto lontano dalla guerra va bene», dice Marina che non trattiene le lacrime.

La sirena dell’allarme aereo comincia ad ululare quando ci avviciniamo al più importante ospedale di Kiev. I 300 pazienti rimasti sono stati tutti sposati nei rifugi. In gran parte bambini in attesa di trapianti di midollo o con patologie importanti, che non possono tornare a casa. Il sotterraneo è basso con i letti sistemati per terra. La luce fioca rende l’atmosfera simile a un girone dantesco dove i più piccoli, per di più malati, sopravvivono dall’inizio della guerra. «Guardate in che condizioni siamo costretti in questo rifugio. Molti bambini hanno la temperatura alta. Ho dei figli a casa, ma non posso abbandonare queste donne ed i loro piccoli» spiega Victoria, una coraggiosa infermiera bionda con i guanti blu. Una mamma spinge il neonato in carrozzina, un’altra imbocca la figlia piccola attaccata a una flebo. Sembra il secondo conflitto mondiale, ma siamo nel 2022. «Come faremo? Non ci sono abbastanza medicine, non riusciamo ad accudire i nostri figli al meglio. Maledetta guerra», sbotta Roxana.

E sottoterra vive una fetta di Kiev. Circa 15mila persone si rifugiano, soprattutto di notte, nelle stazioni della metropolitana. I vagoni dei treni fermi vengono utilizzati come stanzoni per dormire e restare al sicuro dai bombardamenti. Altri bivaccano per terra: la coppia di amiche che posta video su Instagram, l’anziano solo e la mamma con i figli. Viktor Brahinsky responsabile della metro nella capitale annuncia che può ospitare fino a 100mila persone. Nelle stazioni ci sono bagni, acqua, cibo e medicine a disposizione dei cittadini.

Dopo il tira e molla dei colloqui per il cessate il fuoco i giovani partigiani del quartiere che rischia di subire per primo l’avanzata russa sono indaffarati a creare e saldare i cavalli di Frisia nella speranza di fermare i carri armati. Il Pentagono dice che le forze russe sembrano essere in stallo alle porte di Kiev, in parte a causa della resistenza ucraina, in parte per carenza di cibo, carburante e pezzi di ricambio.

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