«Se ho paura di venire catturata di russi? Non mi prenderebbero mai viva», spiega Alexandra tirando fuori un proiettile dalla tasca. L’ultimo per spararsi un colpo in bocca e farla finita piuttosto che cadere prigioniera. Alexandra è una bella ragazza bionda di 21 anni, occhi verdi smeraldo, che viene da Leopoli. Studentessa di medicina si è arruolata come volontaria quando i russi hanno invaso l’Ucraina. «Papà mi ha comprato l’equipaggiamento militare. I genitori soffrono, ma ho la loro benedizione. Lotto per il nostro paese e la libertà – spiega senza tentennamenti la giovane coraggiosa -. Il mio compito sul campo di battaglia è soccorrere i feriti. L’altro giorno ho tamponato il buco di un proiettile a una gamba di un militare. Ce la farà».

Alexandra fa parte della difesa territoriale di Svyatogorsk, pochi chilometri a sud di Izyum da dove i russi stanno cercano di avanzare per stritolare il Donbass in mano agli ucraini. «Nessuno ha intenzione di ritirarsi o arrendersi. L’aggressore otterrà tutto quello che desidera… Una fossa», è convinto il comandante Volodymyr Rebalkin. Fisico tozzo, barbetta e cappellino, non molla mai il dito dal grilletto.

La difesa territoriale è composta da volontari con esperienza militare mescolati in maniera eterogenea. Rebalkin ci porta in mezzo alla foresta nel centro del fronte del Donbass. Un tempo oasi di pace disseminato di resort frequentati dai turisti. L’unità è composta da giovani muscolosi con il volto coperto dai passamontagna e veterani dai capelli grigi che hanno servito nell’Armata rossa ai tempi dell’Unione sovietica. Gli ordini sono di pattugliare i boschi e rastrellare i resort per controllare «che gli edifici abbandonati non vengano usati come basi di munizioni e provviste – spiega il comandante – dagli Spetnatz russi che si infiltrano dietro le linee per raccogliere informazioni e compiere sabotaggi». L’ambiente isolato è perfetto e gli echi cupi della cannonate ricordano quanto sia vicina la prima linea.

«Davai», avanti, ordina il capo squadra, che sembra un guerriero vichingo. I volontari sanno come muoversi per dare la caccia ai russi coprendosi l’uno con l’altro. Al primo resort abbandonato entrano con cautela, ma gli edifici sono chiusi e vuoti. La zona è abbandonata e non ci sono tracce recenti.

Volomir, che ha fatto il servizio militare nell’Urss, accarezza una bomba a mano catturata da qualche parte nel Donbass. «Sono nato qui e in questa terra morirò – dichiara aggiustandosi i baffoni grigi -. Non andrò da nessun’altra parte e non lascerò mai entrare nessuno a casa mia. Se la sorte sarà morire porterò sicuramente con me diversi di quegli orchi che ci hanno invaso e distruggono il nostro Paese».

L’esercito russo sta attaccando lungo un fronte di 480 chilometri nell’Ucraina orientale. Il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, conferma che l’obiettivo finale della «seconda fase dell’operazione speciale è la completa liberazione delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk». Al momento i filo-russi controllano circa il 35 per cento del territorio. L’offensiva denunciata nelle ultime ore dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accompagnata da pesanti bombardamenti, è solo «un preludio», secondo il Pentagono, di un attacco su vasta scala ancora più impressionante. I russi annunciano di avere lanciato «missili ad alta precisione» contro 13 postazioni ucraine nel Donbass, compresa la città chiave di Slovyansk. Altri attacchi aerei «hanno colpito 60 bersagli militari» anche nelle città vicine al fronte orientale come Dnipro, retrovia di rifornimento verso la regione contesa.

Il comandante Rebalkin è pronto a battersi sventolando una bandiera italiana. Il Tricolore gli è stato donato da un’ucraina che vive a Udine e ha aiutato dal 2014, assieme al marito, le unità impegnate a combattere nel Donbass. «Siamo grati per l’equipaggiamento che è arrivato – spiega l’ufficiale della difesa territoriale -. In cambio ci hanno chiesto di firmare la bandiera». Sul bianco centrale i combattenti hanno scritto Ucraina, Italia e disegnato un cuore. Un’altra frase ringrazia «per il sostegno». E non manca «la vittoria è nostra» con tre punti esclamativi. Il comandante ripiega il Tricolore come una reliquia e ce lo consegna: «Portate la bandiera ai nostri amici in Italia». Prima che i russi scatenino l’inferno.

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