La geopolitica della corsa allo spazio
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(AVDIYIVKA)  Le tre colonne di fumo nero si alzano dalle campagne attorno alla strada desolata. I russi bombardano dal mattino a caccia dell’artiglieria ucraina annidata in qualche campo, che si sposta di continuo per evitare di venire colpita dalle cannonate. Ampie chiazze nere segnalano dove sono già cadute le granate incendiando i prati rinsecchiti dall’inverno. Il silenzio è rotto solo dai tonfi dei colpi di cannone e dalla sequenza paurosa di missili Grad lanciati da tutte e due le parti della barricata. Quando l’esplosione è più fragorosa significa che la granata russa piomba abbastanza vicino.

Avdiyivka è una cittadina fantasma lungo il fronte del Donbass. All’ingresso campeggia un grosso cartello con il teschio e le tibie incrociate su sfondo rosso che segnala i campi minati. Il memoriale dei difensori della zona industriale, che sono caduti nella guerra del Donbas scoppiata nel 2014, è la prima linea. Leonid, di guardia alla postazione ucraina, ci corre incontro dicendo: “I russi sono a 150 metri. Non potete andare oltre”.

Le forze di Mosca si stanno raggruppando con riserve fresche, nuovi mezzi, munizioni e approvvigionamenti per lanciare la temuta offensiva nel Donbass che punta a conquistare la parte della regione in mano agli ucraini. Avdiyivka è sulla linea del fuoco e i russi hanno incrementato lo sbarramento d’artiglieria. “Durante la notte è un inferno” raccontano i militari. Leonid ci accompagna nel camminamento, che da museo della guerra è tornato trincea del fronte. Il cunicolo è foderato di tavole di legno con una pesante copertura anti granate sopra la testa. Nella seconda ansa del camminamento gli ucraini hanno appeso come ricordo i resti dei colpi di mortaio, razzi Rpg  e bombe inesplose piombate da queste parti. La fine del cunicolo è un bunker con letto a castello, riparo sicuro durante i pesanti bombardamenti notturni. Le pareti sotto terra sono tappezzate di icone dei santi ortodossi, miste a disegni dei figli dei combattenti e un paio di pulcini di pezza come portafortuna. Leonid, sui russi alle porte, risponde con un gestaccio che significa “li fotteremo”.

Per il momento sono le artiglierie di Mosca a seminare morte e distruzione nella cittadina spopolata. Lungo la strada incrociamo un missile Grad appena arrivato e conficcato nell’asfalto fortunatamente inesploso. Un cartello stradale bianco indica che Donetsk, roccaforte dei separatisti filo russi, dista appena 6 chilometri. I palazzi popolari che si affacciano sull’incrocio sono anneriti e sfregiati dai bombardamenti. A prima vista sembrano abbandonati, ma poi si notano i fantasmi della guerra. Un uomo e una ragazzina che hanno appena recuperato dei preziosi bidoni di acqua. Una mamma con due bambine che corrono con qualcosa da mangiare in mano per paura che arrivi un razzo. Una giovane da una finestra, in compagnia di un bellissimo cane, conferma che c’è ancora qualcuno, ma “soprattutto gli anziani vivono nei rifugi”.
Il condominio non ha un vetro intatto e dall’atrio una ripida scaletta porta sotto terra. Dietro una tenda si apre una catacomba moderna con due famiglie che hanno trasformato lo spazio insano in un bivacco. Nena, con i capelli grigi, è la più anziana. Accanto c’è il marito con il bastone e la figlia seduti su un letto improvvisato. “Viviamo qui sotto dall’inizio della guerra – racconta fra le lacrime – Non abbiamo medicine. I viveri scarseggiano e comincia a mancare anche l’acqua”. All’esterno si sentono distintamente le esplosioni ad intermittenza dell’artiglieria. Una luce fioca illumina in maniera tetra la catacomba dove Lidia è accoccolata con suo nipote su un altro letto di fortuna. “Mio figlio vive a Napoli da anni. Ho il marito in ospedale e non so come fuggire, dove andare. Mi mancano i soldi anche per raggiungere i punti di evacuazione” racconta Lidia con un tremendo velo di tristezza.

Da settimane non riesce a comunicare con il figlio, Slava, che rintracciamo con il nostro telefonino a Grosseto dove si trova per lavoro. “La mamma ha paura. Non riuscivo a chiamarla e non so come aiutarla” spiega Slava al cellulare.

Fra i fantasmi di Avdiyivka incrociamo “Vincenzo”, che ha lavorato a Napoli per dieci anni come muratore e parla italiano. “Non ho paura che arrivino i russi” spiega in maniera sorprendente. Alla domanda su cosa pensa del presidente ucraino Volodymyr Zelensky fa una smorfia e se ne va.

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