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La casetta con la piccola piscina nel centro del villaggio non esiste più. Razzi o granate l’hanno fatta a pezzi. Il proprietario è morto fra le macerie. In quello che resta del giardino hanno appena scavato la sua tomba coperta da un cumulo di terra. Malaya Rohan, il sobborgo a sud est di Kharkiv, seconda città del paese, è stato liberato nelle ultime ore dagli occupanti russi con una battaglia senza esclusione di colpi. Si capisce subito quando ci inoltriamo nella campagna seguendo una squadra di militari ucraini, che a ogni passo ci dicono di rimanere in fila indiana e fare attenzione dove mettiamo i piedi. Attorno potrebbero esserci delle mine.

Quando si intravedono, in lontananza, le prime case di Malaya Rohan arriviamo sul campo di battaglia. Un reparto russo con blindati e carri armati si era trincerato cercando di nascondersi fra la vegetazione. Tutto inutile: gli ucraini hanno investito la postazione con una valanga di fuoco. “Li abbiamo martellati con l’artiglieria”, spiega uno dei militari di scorta. I corpi senza vita dei soldati russi sono dappertutto. Un ragazzino biondo poco più che ventenne sembra quasi assopito nella sua trincea se non fosse per il rivolo di sangue fra le labbra. Le granate e le raffiche di mitragliatrice pesante hanno stanato i soldati di Mosca dietro i sacchetti di sabbia. Alcuni caduti, ancora con l’elmetto e il giubbotto antiproiettile, sembrano marionette con i fili recisi. I cadaveri sono aggrovigliati a casse di munizioni divelte, scatoloni con i vivere spazzati via, tubi dei proiettili dei tank vuoti. “Erano in 120 e abbiamo contato 12 corpi, ma hanno subito ancora più morti e feriti”, racconta un militare.

Il soldato russo con il sangue raggrumato ha gli occhi azzurri spalancati verso il cielo. Tutti sono intabarrati nei giacconi mimetici delle truppe di Mosca. I genitori, la fidanzata o gli amici neanche sapranno che il loro caro non tornerà più a casa. I blindati sono in gran parte carbonizzati e un mezzo non andato a fuoco mostra ancora la grande Z bianca su una fiancata, simbolo dell’invasione. “Abbiamo usato le nuove armi anti tank fornite dalla Nato come i Javelin”, sostiene un militare di scorta. Fra i resti della battaglia non mancano bombe a mano mai usate, borracce, un telefono satellitare e gli effetti personali dei soldati russi caduti.

Ieri la regione di Kharkiv è stata colpita 180 volte soprattutto con i lanciarazzi multipli Grad. Dall’avamposto russo spazzato via si sentono bene i boati delle esplosioni ad intermittenza. La targa penzoloni e bucherellata dai colpi di Malaya Rohan è il simbolo della dura battaglia. Le 3.500 anime del villaggio sono in gran parte fuggite, ma qualche abitante spunta come un fantasma dalle case. Ilena, una donnona di mezz’età, sta aiutando il marito a coprire il tetto sfondato. La casa davanti è distrutta da una bomba d’aereo che ha scavato un cratere in mezzo alla strada. L’ucraina ci porta sul retro facendosi passare in mezzo a un pollaio. Poco più avanti un’altra bomba d’aereo ha aperto una voragine nel terreno. “I mezzi militari ucraini non si sono mai nascosti vicino a noi. Non ho idea perché ci abbiano bombardato”, spiega la donna. Una famiglia uscita per la prima volta dai rifugi dopo giorni di combattimenti sembra rinata sotto i timidi raggi di sole. “Non vedevamo l’ora di tornare a respirare aria pura – dice una donna che si commuove -. Ringrazio Dio che i russi non ci sono più”.

Un anziano con i denti d’oro armato di bastone della vecchiaia è riuscito a trovare qualche pezzo di carne. Anche lui sembra rinato e chiede ai soldati che gli diano un fucile “per ammazzare qualche russo”. Nello stabilimento all’ingresso del paese sarebbe stata girata la scena dei prigionieri gambizzati dagli ucraini. In mezzo ad una strada c’è un tank russo carbonizzato, ma il capo carro deve essere riuscito a scappare in una casa vicina. All’ingresso troviamo il suo casco con vicino una chiazza di sangue.

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