Solo pochi mesi fa eravamo stati nei quartieri di Erbil che ospitavano i profughi cristiani scappati dal terrore dell’ISIS. Solo pochi e già tutto è cambiato. In peggio purtroppo. Il vecchio stabile fatiscente che ospitava centinaia di famiglie davanti la chiesa di S.Giuseppe nel quartiere di Ainkawa, è stato sgombrato. Oggi tutte quelle famiglie vivono in un luogo se possibile più fatiscente e degradato. Da meno di un mese, infatti, i cristiani di Mosul sono stati trasferiti in un campo profughi a qualche chilometro fuori da Erbil. L’asfalto e i rumori della città sono stati sostituiti dal deserto e dal caldo insopportabile dei campi.Qui le temperature estive raggiungono anche i cinquanta gradi e i container di alluminio diventano già dalle prime ore della mattina dei veri e propri forni. Al nostro ingresso nel campo veniamo accolti da un rumoroso gruppo di bambini.Ci chiedono insistentemente qualcosa, qualunque cosa; litigano, scalciano per avere la meglio l’uno sull’altro. Le urla attirano altri bambini e in pochi minuti ci ritroviamo letteralmente accerchiati. Alla fine un bracciale strappato via dal polso è tutto quello che riescono ad ottenere. Calci e botte al fortunato vincitore. “E’ mio, vai via!”, urla, strattoni e la corsa per evitare di perdere tutto…

Incontriamo padre Malawin, il responsabile del campo profughi: “qui vivono al momento più di 550 famiglie, ma se consideriamo quelli che ancora vivono nelle roulette ad Erbil allora il conto sale a 1200.” Chiediamo se qualcuno all’interno del campo ha visto personalmente i terroristi dell’ISIS e padre Malawin ci risponde: “Le persone che sono qui, sono quelle che sono riuscite a scappare. C’è però una famiglia a cui i terroristi hanno preso una bambina di due anni, ma purtroppo non è possibile incontrare queste persone.” Chiediamo e otteniamo il permesso di visitare il campo, così ci incamminiamo nella via principale: uno stradone sterrato con decine di container tutti uguali ai lati. È sera, unico momento della giornata in cui si riesce a respirare all’aria aperta. La gente è seduta fuori e sembrano tutti disposti a raccontarci le loro storie. Veniamo invitati da una famiglia a visitare uno dei container. Entriamo e veniamo subito travolti da un forte odore di plastica che associato alle più che modeste dimensioni del container, rende il luogo davvero invivibile. “A vivere qui siamo cinque adulti. È davvero dura.” ci racconta Jibrail, capo famiglia. “Con questo caldo non abbiamo neppure il frigorifero e tutto quello che vedi l’abbiamo dovuto comprare noi.” In effetti è davvero impressionante credere che cinque persone riescano a vivere in quindici o forse venti metri quadri.

E fa davvero rabbia pensare che queste persone fino a pochi mesi fa vivevano nella quasi normalità a casa propria. “Abbiamo dovuto lasciare tutto lì. Non sappiamo cosa sia successo alla nostra casa” continua Jibrail mentre beviamo assieme un caffè. “I terroristi un giorno hanno trovato il mio numero di telefonino a casa e mi hanno chiamato. Mi dicevano di avere visto mia figlia in foto, mi dicevano che era bella. Ero devastato…” Il racconto di Jibrail viene interrotto dalla moglie che evidentemente non ha voglia di parlare o ascoltare più questi discorsi. Si chiama Maryam, ha un volto familiare, mediterraneo. Prende la parole e ci dice: “Vogliamo solo riniziare. Non sappiamo quando torneremo a casa, né mai se ci torneremo. Tanto vale riconquistarsi la dignità fin da subito…”.

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