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L’esercito birmano non ha perso tempo. Pochi giorni dopo la fine delle elezioni “democratiche” le truppe militari del Tatmadaw hanno intensificato gli attacchi nell’est del Paese contro Shan e Kachin che, insieme ad altre etnie, chiedono l’autonomia e la salvaguardia dei lori territori.Da sabato scorso aerei militari e elicotteri da combattimento MI 35 dell’esercito birmano stanno bombardando i villaggi e le postazioni dei gruppi armati etnici. L’obiettivo è sempre lo stesso: far scomparire le etnie, impadronirsi delle ricche risorse naturali e della grande importanza strategica dei territori di confine.

Nello Stato Shan i combattimenti di questi giorni hanno costretto più di dieci mila persone a scappare dai propri villaggi. “I combattimenti si stanno intensificando”, ha dichiarato Nang Charm Tong, un’attivista di Shan Women’s Action Network (SWAN). “La gente è terrorizzata e più di 10 mila persone sono scappate. Intanto l’esercito birmano sta rafforzando i suoi avamposti. Nella zona che attraversa i villaggi di Mong Hsu e Kyethi, sono schierati 14 battaglioni del Tatmadaw”. E ha lanciato un appello: “Abbiamo bisogno di cibo e medicine”. Impossibile, invece, la conta delle vittime. “Non possiamo ancora fornire una stima”, ha spiegato Sai Hsu, il portavoce dello Shan State Army-North (SSA-N).

A nord dello Stato Shan, a fronteggiarsi contro i militari governativi, ci sono anche i guerriglieri del Ta’ang National Liberation Army (TNLA) – ala militare dell’etnia Ta’ang – che controllano una striscia di terra lungo il confine sino-birmano, alleata dei ribelli Kokang delMyanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) e del Kachin Independence Army(KIA). “Gli scontri nel nostro territorio sono iniziati mercoledì scorso”, ha dichiarato Mai Aik Kyaw, rappresentante del TNLA. “L’esercito birmano ha attaccato il villaggio di Pan Kan, dando fuoco alle abitazioni”.

Poco più a nord del Paese, nello Stato Kachin, la storia non cambia. Ancora attacchi, distruzione e morti. La Nan, portavoce dell’esercito Kachin, ha riferito che “le truppe birmane hanno bombardato utilizzando l’aviazione, colpi di artiglieria e uomini a terra”. In queste zone, dopo ben 17 anni di cessate il fuoco, i combattimenti sono riiniziati nel giugno del 2011, quando i leader dei Kachin si sono rifiutati di abbandonare una postazione strategica vicino a dove doveva essere realizzata la diga Myitsone, sul fiume Irrawaddy. Il progetto, promosso in collaborazione tra il governo birmano e quello cinese, è stato sospeso alla fine del 2011.

I continui scontri in atto dimostrano come il modus operandi dell’esercito birmano non è cambiato di una virgola. I generali che hanno controllato il Paese per decenni – macchiandosi di crimini contro l’umanità e arricchendosi alle spalle della popolazione – hanno fatto bene i loro conti prima di arrivare alle elezioni vinte l’8 novembre scorso dallaNational League for Democracy (NLD), il partito guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.Infatti, non solo la carta costituzionale riserva ai militari – indipendentemente dall’esito delle elezioni – il 25 per cento dei seggi parlamentari, ma spetta loro l’assegnazione del ministro degli Interni, della Difesa e per gli Affari di Confine, proprio quello che si occupa delle zone abitate dalle diverse etnie. Ma non basta. Sempre i militari fanno parte del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, un organo ben più importante e potente della struttura costituzionale che può in qualsiasi momento bloccare o modificare le leggi se considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese.

Quindi, nonostante la vittoria della Lady – come viene chiamata dai media internazionali – l’esercito birmano manterrà un grandissimo potere nel governo che verrà formato. E la strada per la “democrazia” è ancora molto lunga.

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