La città di Adveevka è saldamente in mano all’esercito ucraino. Le trincee separatiste lambiscono il confine meridionale del centro abitato: è la cosiddetta “Promzona”, l’area industriale. Un piccolo triangolo di casette, ormai ridotte a cumuli di polvere e mattoni: poche centinaia di metri quadrati di terra – il cuore della guerra dimenticata del Donbass.

Siamo a una ventina di chilometri dal centro di Donetsk. Qui, ogni giorno, si combatte casa per casa, senza esclusione di colpi. “Qualche tempo fa i battaglioni di Kiev hanno attaccato in forze – ci ha raccontato un miliziano filorusso -. Sono riusciti a venire avanti qualche decina di metri, poi li abbiamo fermati. Arrivavano a ondate, correndo sotto le bombe. In tanti ci hanno lasciato la pelle”.

La base delle forze repubblicane si trova sotto un cavalcavia dell’autostrada che collegava Donetsk con Lugansk, le cui quattro corsie si inoltrano oggi, inutilmente, tra le distese di campi minati. “Quaggiù siamo protetti – ci assicura un soldato -. Finché non sparano con i grossi calibri, il ponte dovrebbe reggere”.

Abbiamo trascorso una notte in prima linea, dormendo accampati nel retro di un vecchio furgoncino militare dell’epoca sovietica. “Qui si fa sul serio – sorride il comandante della postazione -. Davanti a noi è pieno di sniper. Provati ad alzare la testa oltre il bordo della trincea: in tanti ci sono rimasti per molto meno”.

Un’altra grossa insidia è rappresentata dalle mine anti-uomo. Gli ordigni sono stati disseminati in modo disordinato da entrambi i contendenti. Non esiste una vera mappatura, perché i vari reparti, dopo aver piazzato le proprie trappole, il più delle volte si dimenticano di segnalarne l’esatta collocazione. Così, dopo qualche settimana, quando i vecchi battaglioni vengono rimpiazzati da quelli di rincalzo, i neo-arrivati devono vedersela sia con le mine nemiche che con quelle del proprio esercito.

Si prenda questo meccanismo e lo si moltiplichi per tre anni di conflitto: questa è la situazione odierna, nelle campagne del Donbass. In molti villaggi, anche a ridosso del fronte, sono rimasti sparuti gruppi di civili. Qui no: la “Pronzona” è completamente disabitata, fatta eccezione, ovviamente, per le divisioni che se la contendono. “Di fronte a noi, a poche centinaia di metri, ci sono i battaglioni nazionalisti ucraini – dicono i soldati, affacciandosi alle piccole feritorie scavate nel cemento grigio della carreggiata -. Pravy Sektor, il battaglione Dnipro e l’Azov. Qui non ci mandano l’esercito regolare: un soldato di leva non resisterebbe mai in questo inferno. Quanto a noi, combatteremo fino alla vittoria. Senza compromessi”.

È chiaro, considerate queste premesse, che l’avvento della pace non è proprio dietro l’angolo. Per sincerarsene, basta attendere il calar della sera. Verso le 18, quando gli osservatori dell’Osce sono ormai al sicuro nei loro hotel, entrano in azione le armi pesanti. Secondo quanto stabilito dagli accordi di pace di Minsk, siglati per la prima volta nell’autunno del 2014, cannoni, tank e bocche da fuoco di grosso calibro non potrebbero stazionare in prossimità del fronte. Eppure i protocolli vengono regolarmente violati. È il cosiddetto ping-pong: le artiglierie duellano a ritmi regolari, come in una partita di tennis tavolo. In genere va avanti tutta la notte, fino alle prime luci dell’alba, mietendo quotidianamente la sua triste dose di morti e feriti. Il senso di tutto questo? Si è perso tra le cannonate, nella “Promzona” di Adveevka.

Foto di Alfredo Bosco. Ha collaborato Luca Gennari

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